|
Le scene si riferiscono ad episodi reali in cui Antinoo appare
ragazzo e poi giovane. Costantino fece trasformare e riscolpire
i ritratti di Adriano; con il proprio nelle scene di caccia e con
il ritratto di Licinio nelle scene di sacrificio.
Questi ritratti sono tra le sculture migliori che sono state eseguite
nel trecento, periodo di declino delle maestranze nell'arte scultorea.
I tondi adrianei. Gli otto tondi, la
cui attribuzione ad un monumento adrianeo è un'acquisizione
consolidata dopo il riconoscimento della presenza di Antinoo in
due scene", costituiscono una delle peculiarità dell'Arco
e della sua articolazione architettonica, ma rappresentano inoltre
la serie di spogli tra i più studiati ed ammirati dell'intero
complesso.
Essi rivestono un ruolo particolare anche nella logica del reimpiego
costantiniano, che amplia e completa la serie inserendo i due clipei
di So? e Luna sui lati brevi. Ma soprattutto costituiscono il cardine
della nostra ricostruzione: riteniamo infatti che essi rappresentino
l'unica serie di rilievi che sopravvivono dell'originario apparato
iconografico del primitivo arco. Questa affermazione, che costituisce
anche uno dei pilastri delle argomentazioni del Frothingham a sostegno
dell'esistenza di un monumento più antico, riposa sulla constatazione,
da noi verificata in ogni dettaglio, che tutte le alterazioni e
le rilavorazioni dei monumentali medaglioni sono state prodotte
da operazioni compiute attorno ad essi, quando già si trovavano
in posto sull'Arco, cioè essi sono in posizione primaria,
non appartengono alle spoglie introdotte da Costantino. L'aspetto
manomesso che i tondi presentano dipende soprattutto dallo schiacciamento
del profilo circolare in basso, e dalle rilavorazioni delle cornici;
essi non presentano, diversamente da quanto affermato in passato,
tracce di un duplice impiego. Le alterazioni sono state apportate
per consentire attorno ad essi ['inserimento delle lastre di porfido.
L'operazione, invece che essere realizzata in progetto, arretrando
i blocchi, è eseguita abbassando il piano con strumenti grossolani,
quindi quando i blocchi erano già in opera; le rilavorazioni
delle cornici hanno lo scopo di consentire l'abbassamento dei piani
circostanti e permettere la messa a sito delle lastre di rivestimento
e anche di cancellare lacune, fratture, tratti mancanti, determinati
dell'usura del tempo.
La pertinenza dei tondi adrianei all'edificio originario si deduce
dal fatto che nei campi che li contengono l'apparecchio murario
dei piloni dell'Arco è tessuto in un modo singolare, spiegabile
soltanto in funzione della loro presenza: come elemento ricorrente
si evidenzia la coppia di blocchi posti per ritto al centro di ciascun
campo, nello spazio tra i due grandi clipei, predisposta per favorirne
la difficile messa in opera e gli altri blocchi disposti con il
lato maggiore in verticale, invece che in orizzontale.
Il tondo con il Leone. L'osservazione diretta ha aggiunto
un ulteriore elemento di notevole peso, che introduce una dirompente
novità nella discussione dei significati del ciclo originario
e del riuso costantiniano: nel tondo del lato nord con la caccia
al leone la fiera sdraiata ai piedi dei personaggi è un'interpolazione
costantiniana del testo adrianeo.
Mentre tutti i tondi presentano un esergo regolare completamente
libero da figure, nel tondo con il leone la figura ferina occupa
proprio questo spazio; i piedi dei personaggi negli altri tondi
poggiano solitamente su una linea di terreno che è rappresentata
secondo due diverse convenzioni: leggermente ondulata, per alludere
al terreno naturale, o perfettamente piana, quando si tratta del
calpestio di un ambito costruito. Il terreno del nostro tondo era
in origine del primo tipo:
se ne scorge un tratto superstite nella porzione a destra di chi
guarda, dove i personaggi ancora poggiano i piedi sopra il terreno
originario, ma per l'incongruenza introdotta dalla rilavorazione
costantiniana, la figura del leone in questo tratto non è
adagiata sul terreno, ma è posta sotto un consistente spessore
di terra che è marcato con lo stacco di un profondo solco
di trapano; gli altri due personaggi, invece, calpestano la fiera
distesa, la cui criniera, per il suo notevole volume, utilizza il
profilo irregolare del piano di appoggio, che simula appunto le
irregolarità di un percorso campestre. La lavorazione della
criniera leonina, affidata a profondi solchi di trapano corrente,
mostra palesi differenze rispetto ad altre criniere (dei cavalli,
della pelle ferina di Eracle) che compaiono nelle figurazioni di
altri tondi della serie; la prospettiva della potente testa ferina
rinvia in modo diretto ad analoghe semplificazioni della resa volumetrica
della chioma della fiera, quale ricorre nei sarcofagi di caccia
al leone di età tetrarchico-costantiniana (ad esempio di
Pisa, Sarteano, Spoleto, Catacombe di Callisto, San Sebastiano)
o nelle figurazioni poste agli angoli dei sarcofagi tardoantichi
a lénos".
Espungendo la caccia al leone dall'originaria serie adrianea si
sfuma quella più marcata accentuazione del lato nord, quello
verso la città, che viene pertanto restituita alle sottolineature
del programma costantiniano e non al primitivo edificio.
I tentativi del Turcan di destrutturare il ciclo, per avvalorare
l'ipotesi di una provenienza dei medaglioni dalla villa tiburtina
di Adriano, restano del tutto congetturali, dato che nella villa
di archi non v'è traccia. Quella operata da Costantino non
è infatti una destrutturazione fisica, cioè determinata
dallo spostamento di un'originaria sequenza e dalla sottrazione
dal contesto monumentale originario, ma dall'interpolazione prodotta
inserendo il leone atterrato nella serie primitiva.
Cancellando la caccia al leone dalla sequenza adrianea anche l'alternanza
dei temi si ricompone, ma non su equilibri binari come vorrebbe
il Turcan: si hanno infatti solo due cacce, una per ciascuna fronte,
ed un evidente prevalere delle scene sacrali (4 contro 2 di caccia);
si accentuano le corrispondenze nel percorso che, iniziando presso
il pilone sud-ovest con la partenza, si conclude su quello nord-ovest
trovando ora un contrapposto nel tondo depurato del leone, che è
una scena di rientro, cui segue una nuova immagine della pietas
imperiale.
Non hanno maggior fondamento gli argomenti vólti a sostenere
che il numero dei tondi era maggiore degli otto reimpiegati da Costantino
(nove o dieci) e quindi ancora che la loro originaria collocazione
era altrove. In realtà la testa di Antonino Pio attribuita
dal Bluemel ad uno dei personaggi acefali del medaglione con sacrificio
ad Eracle non postula affatto un numero maggiore di tondi; quanto
a quella velato capite dell'Antiquarium Farnese, che pure raffigura
Antonino Pio, è evidente che essa può riferirsi solo
ad un ciclo che, ritraendolo come sacrificante, celebra quest'ultimo
e non Adriano.
di Alessandra Melucco Vaccaro tratto da:
ADRIANO architettura e progetto
volume sulla mostra del 2000 a Villa Adriana, Tivoli - Electa
PARTE 1
| 2 | 3 | 4
|