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Quell'avanzo rotondo di opera a sacco, circondato alla base da
alcuni filari di blocchi di tufo, è la sostruzione del celeberrimo
tempio di Vesta.
Vesta, la dea del focolare domestico, fra le divinità della
Roma arcaica è una delle più caratteristiche. Ma mentre
il culto domestico dell'età posteriore, specialmente
dell'impero, sparì al confronto di quello dei penati,
il culto invece del focolare pubblico, sacro alla Vesta publica
populi Romani Quiritium, si mantenne sino agli ulti tempi dell'impero
occidentale e sopravvisse finanche alle prime vittorie del cristianesimo.
Nell'interno del tempio, che non conteneva alcun simulacro,
le vestali custodivano il fuoco sacro, il quale ogni primo di marzo,
primo giorno dell'anno romano antichissimo (detto anno di
Numa) veniva riacceso con particolari cerimonie. Oltre all'altare,
si trovava nel tempio ilpenus Vestae, luogo chiuso con tappeti (forse
una nicchia nella parete), ove erano conservati alcuni simboli misteriosi
che stimavansi pegni della potenza romana: fra essi viene specialmente
menzionato il Palladio che Enea, come si credeva, aveva salvato
dalle fiamme di Troia.
L'ingresso al tempio era severamente proibito a tutti gli
uomini, ad eccezione del Pontefice Massimo: anche le donne non potevano
entrarvi che durante la festa delle Vestalia (7-15 giugno).
Il tempio fu distrutto parecchie volte da incendi, p. es. nel 241
e 210 av. Cr.; poichè allora la costruzione dell'edifizio,
che imitava l'antica casa rustica italiana con pareti di vimini
e tetto di paglia, forniva abbondante materiale alle fiamme. Ma
anche nell'età imperiale, il tempio, costruito tutto
di pietra e di metallo, più volte rimase grademente danneggiato,
p. es. nel terribile incendio sotto Commodo (191 dopo Cristo).
Settimio Severo e Giulia Domna lo restaurarono e i pezzi di architettura
venuti alla luce negli ultimi scavi per la maggior parte appartengono
appunto a quel restauro. Nel 394 l'imperatore Teodosio fece
chiudere il tempio; nell'ottavo e nono secolo l'edifizio
deve esser caduto in rovina, perchè molti dei suoi pezzi
furono trovati in un muro medioevale tra il lacus Juturnae e il
tempio dei Castori. Al tempo del rinascimento nulla più si
sapeva sul vero sito del tempio; quindi il nome "tempio di
Vesta" fu attribuito o alla chiesa di San Teodoro sotto
il Palatino, oppure, con assai minore esattezza, al piccolo tempio
rotondo presso il Ponte Rotto. Soltanto agli scavi recenti del 1872,
1882 e 1901 si deve la notizia precisa del luogo e della costruzione
del santuario.
Il tempio si ergeva sopra una sostruzione rotonda ornata di pilastri;
il diametro era di m. 4. La porta d'ingresso guardava
verso oriente; alcuni gradini, le cui fondamenta veggonsi tuttora
sul posta, conducevano al portico circondante la cella. Questo portico
era assai angusto e serviva soltanto di ornamento; gli intercolumni
erano chiusi da cancelli di bronzo, come si vede dalle monete e
dai rilievi antichi. In molti pezzi dei fusti delle colonne si scorgono
ancora i buchi che sostenevano le aste dei cancelli. Gli intercolumni
dinnanzi la porta della cella erano chiusi mediante porte di legno,
le cui imposte stavano fisse sopra sporgenze di marmo tuttora visibili
in alcuni dei fusti.
Il cornicione del tempio era decorato con rilievi rappresentanti
istrumenti di sacrifizio ed insegne sacerdotali; il cornicione,
i lacunari del portico e il fregio interno della cella, erano di
un sol pezzo di marmo lungo quasi tre metri. In tal maniera le colonne
del portico e il muro della cella uniti insieme, formavano un appoggio
sufficiente per la cupola abbastanza larga.
Generalmente si vuole che la cupola nel mezzo avesse un occhio rotondo:
ma le rappresentanze che ci danno le monete, fanno più presto
credere che quest'occhio fosse sormontato da una specie di camino
di bronzo, forse in forma di un gran fiore, il quale proteggeva
l'interno dalle intemperie.
Dal lato posteriore si può penetrare nell'interno
delle fondamenta. Quivi gli scavi recenti hanno portato in luce
nel centro un pozzo trapezoidale, al quale si è voluto dare
il nome di favissa (ripostiglio per arredi sacri e votivi fuori
d'uso): la situazione di questo pozzo dimostra che il sacro
focolare non stava esattamente nel centro della cella. Il pozzo
serviva forse per riporvi provvisoriamente le ceneri del fuoco sacro
che poi, insieme con l'altra spazzatura del santuario, una
volta all'anno (il 15 giugno, ultimo giorno delle Vestalia),
venivano portate in un apposito luogo presso il Clivo Capitolino,
e quindi gettate nel Tevere.
E poichè nel tempio non esisteva un simulacro della dea,
così durante l'impero fu edificata lì accanto
un'edicola per una statua, sorretta da due colonne (il fusto
di travertino a sinistra è moderno, come anche il pilastro
laterizio a destra).
Secondo l'iscrizione dell'architrave,
l'edifizio fu restaurato nel principio del secondo secolo
dopo Cristo dal Senato e dal popolo, col pubblico denaro. Accanto
ad esso, pochi gradini di travertino danno accesso alla casa delle
Vestali.
Tratto da:
Il Foro Romano - Storia e Monumenti da Christian Hülsen
pubblicato da Ermanno Loescher & Co
Editori di S. M. la Regina d'Italia 1905
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