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i Tesori di Roma
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ALTRI MONUMENTI del FORO ROMANO


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FORO ROMANO: Arcus Tiberii - Arco di Tiberio

Il luogo dove sorgeva l'Arco di Tiberio di fronte al Tempio di Saturno

 

Arcus Tiberii - Arco di Tiberio
Al di là della 'Sacra Via', circa 1,50 m. sotto il lastricato imperiale, si vedono gli avanzi di un grande fondamento di opera a sacco che appartengono all'arco di Tiberio. Nel 15 e 16 dopo Cristo, Germanico aveva ricuperato le aquile delle legioni perdute da Varo: per celebrare questa vittoria riportata, secondo Tacito — l'unico autore che menziona il monumento — 'ductu Germanici, auspiciis Tiberii', fu eretto un arco 'sotto il tempio di Saturno'. Avanzi architettonici furono trovati nel 1835 e nel 1848, ma le fondamenta sono state scavate solamente nel 1900. Il monumento, che era ad un solo arco, non trovavasi collocato sulla Sacra Via, ma accanto ad essa: questa posizione è indicata anche dal rilievo dell'arco di Costantino che lo rappresenta immediatamente a sinistra dei rostri. Frammenti dell'attico (con il principio dell'iscrizione SENATVS POPVLVSque romanus) e dei piloni laterali trovati nel 1849, stanno accatastati presso l'ultima base laterizia.

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FORO ROMANO: Schola Xantha

Il luogo dove sorgeva la Schola Xantha a lato dell'Arco di Tiberio

Schola Xantha
A destra delle fondamenta dell'Arco di Tiberio si vede un pavimento di marmo appartenente ad una piccola stanza; le lastre portano traccie di un sedile collocato tutto attorno sui lati della stanza e sulla parete di fondo. Delle mura dell'edifizio, ora nulla rimane: ma verso il 1540 dagli scavi fatti in quel luogo vennero in luce avanzi di una costruzione piccola ed elegante, appartenente al principio dell'Impero. Sull'epistilio si leggeva una duplice iscrizione: secondo la prima durante il regno di Tiberio un liberto imperiale, Bebryx, insieme con A. Fabius Xanthus ricostruì la schola degli scrivani ed araldi degli edili curuli, e decorò l'edifizio con ornamenti di marmo, sedili di bronzo e statuette di argento dei sette pianeti (divinità dei sette giorni della settimana). La seconda iscrizione, aggiunta dopo, menzionava un ristauro della schola eseguito sotto Caracalla (verso il 224 dopo Cristo) da un tale C. Avillius Licinius Trosius. Gli avanzi scritti e scolpiti furono presto distrutti e si dimenticò la località dello scavo così completamente, che nel secolo decimonono la denominazione 'schola Xantha' venne attribuita erroneamente alle sette camere sotto il Portico degli Dei Consenti. Ma una schola dei subalterni degli edili doveva essere molto opportunamente situata accanto ai rostri e nelle vicinanze dell'erario.

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FORO ROMANO: Milliarium Aureum

Il Millarium Aureum con a sinistra il Tempio di Saturno e in fondo il Portico degli Dei Consenti

Milliarium Aureum
Vicino ai rostri, sotto il tempio di Saturno, era collocato il 'milliario d'oro', eretto da Augusto nel 20 dopo Cristo, che consisteva in un cilindro di marmo rivestito di bronzo dorato; sul bronzo erano segnate le distanze da Roma alle grandi città dell'Italia e delle province. Le miglia delle grandi strade furono, anche nel tempo imperiale, contate dalle porte delle mura serviane: quelle dell'Appia dalla Porta Capena, quelle della Salaria e della Nomentana dalla Porta Collina, le quali porte sono distanti circa un miglio romano dal Foro. Negli scavi del 1835 furono trovati due frammenti di un gran cilindro di marmo (diam. 1,20 m.), con la superficie lavorata a subbia e con resti dei perni che avevano mantenuto l'incrostazione di bronzo. Questi pezzi, che ora giacciono dinanzi al tempio di Saturno, molto probabilmente appartengono al Milliario. Le dimensioni del cilindro combaciano con i frammenti di un cornicione riccamente intagliato, trovati nell'istesso luogo. Ma il posto preciso ove era collocato il milliario non si può stabilire, essendo state le fondamenta distrutte quando fu costruita la strada moderna nel 1835.

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FORO ROMANO:

Il Volcanale posto accanto all'Umbeliculus Urbis Romae

Volcanale
Dietro l'Umbilicus, sotto una tettoia moderna di legno, si vedono avanzi di costruzioni assai antiche. Alcune forse appartengono ad un altare di Vulcano, che sorgeva in una piazza scoperta, sacra al medesimo nume (Volcanal). Il Volcanale, dedicato secondo la leggenda già da Romolo, era considerato come uno dei santuari più antichi di Roma. Al tempo di Plinio seniore (circa 70 dopo Cristo) vi si vedeva un albero di loto, più vecchio, come dicevasi, della città stessa e le cui radici si diramavano fin sotto il Foro di Cesare, passando sotto le stationes municipiorum, cioè i locali destinati a riunioni di cittadini delle città principali dell'impero. L'Area Volcani originariamente aveva avuto una grande estensione: negli ultimi tempi della Repubblica vi si vedeva una statua di Orazio Coclite, un'altra di un istrione colpito dal fulmine durante i giuochi circensi, una quadriga di bronzo dedicata da Romolo dopo la sua vittoria sopra i Ceninati, ed accanto ad essa un'epigrafe "con lettere greche", che celebrava i fatti d'arme del primo re di Roma. Di questi monumenti arcaici nulla è rimasto, ma il culto di Volcano in questo luogo perdurava tuttavia nel tempo imperiale, come attesta l'iscrizione di una grande tavola di marmo, dedicata a Volcano dall'imperatore Augusto nel 9 avanti Cristo che fu scavata in queste vicinanze nel 1548 (ora nel museo di Napoli). L'area del Volcanale divenne più ristretta dopo le grandi costruzioni imperiali (tempio tiberiano della Concordia, Arco di Severo). Secondo la tradizione romana, il Volcanale era stato, nel tempo dei Re, un luogo destinato ai pubblici discorsi: ed è probabile che non a caso Augusto scegliesse, pei rostri da lui rinnovati, una località molto vicina.
Altri avanzi antichi (lastricato di tufo con canale per lo scolo dell'acqua, ecc.) rinvenuti tra il Volcanale e l'emiciclo finora non si possono chiarire con piena certezza. Dietro le fondamenta dell'altare si scorgono i gradini della scalinata per la quale si saliva al tempio della Concordia, tagliati in parte nella viva roccia del Campidoglio.

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FORO ROMANO: Templum Vespasiani - Tempio di Vespasiano

Il Tempio di Vespasiano con in fondo i resti del Tempio della Concordia e la Chiesa di San Giuseppe dei Falegnami

Templum Vespasiani - Tempio di Vespasiano
Il tempio di Vespasiano fu incominciato probabilmente subito dopo la consecrazione di lui; ma venne terminato soltanto dopo la morte di Tito (81), e perciò dedicato anche a quest'ultimo. Il tempio è prostilo, con sei colonne corinzie sulla fronte; essendo lo spazio fra il Tabulario e il Clivo Capitolino assai ristretto, fu necessario tagliare i gradini della scala conducente al pronao nei basamenti delle colonne. L'iscrizione dell'architrave era completa ancora nel settimo secolo, e diceva così:
DIVO VESPASIANO AVGVSTO S·P·Q·R IMPP·CAESS·SEVERVS ET ANTONINVS PII FELICES AVGG·RESTITVERunt
Ora sono conservate soltanto le ultime lettere della seconda riga. Si vede anche che originariamente la sola fascia superiore dell'architrave portava un'iscrizione, e che la fascia inferiore, quando vi fu incisa l'epigrafe relativa al restauro, fu unita all'altra mediante un'incorniciatura meno bene scolpita. Il fregio della facciata laterale è decorato con le insegne sacerdotali — l'apice, l'aspersorio, la brocca, il coltello, la patera, il ramaiolo, la scure — eseguite con magistrale finezza, la quale, più che negli originali posti in alto e in luce sfavorevole, si ammira nei gessi fatti sotto la direzione del Valadier ed ora conservati nel Tabulario. Sulla parete di fondo della cella è collocata la base per le imagini dei Divi Vespasiano e Tito seduti in trono. Il tempio, già sepolto fino ai capitelli delle colonne, fu messo in luce dal Valadier nel 1811: allora furono interamente rinnovate le fondamenta delle colonne, che per gravi lesioni minacciavano di crollare.
Fra il tempio di Vespasiano e quello della Concordia è situata una piccola stanza con muri laterizi, addossata alle sostruzioni del Tabulario, nella quale fu trovata una base marmorea dedicata alla Diva Faustina (moglie di Marco Aurelio) dagli impiegati dell'amministrazione finanziaria (viatores quaestorii ab aerario Saturni), che forse qui avevano il loro ufficio (schola).

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FORO ROMANO: Il Comizio

Il luogo ove sorgeva il Comizio con in fondo la Curia Giulia

Il Comizio
L'area fra il Niger Lapis e la chiesa di Sant'Adriano è l'ultimo avanzo dell'antico Comizio: quest'area nella massima parte era lastricata con travertini, negli strati inferiori si vedono molti resti di mura di tufo. Vi si distingue una grande costruzione a semicerchio, forse avanzo delle fondamenta dei rostri dell'ultimo tempo della Repubblica, effigiati sulla moneta di Palikano. Più sotto, altri piccoli gradini di tufo possono credersi in relazione con la tribuna più antica. Di aspetto più arcaico ancora è un muro composto di piccoli quadretti alquanto irregolari di tufo, nel quale si è voluto riconoscere un muro di divisione tra il Comizio ed il Foro.
La parte dell'area che più si avvicina alla Curia, è lastricata di marmo; dove il lastricato del marmo confina con quello di travertino, si vede una fontana con la vasca in forma di gran piatto, e che ha nel mezzo il posto per una base ottangolare. Questa base sorreggeva probabilmente un grande vaso a forma di cantaro, dal quale cadeva l'acqua le cui traccie si scorgono chiaramente sulla superficie del piatto.
Vicina al margine dello scavo è una grande base di marmo, con iscrizioni sui quattro lati. Essa dapprincipio aveva sorretta una statua di Antonino Pio, erettagli dai capi del collegio di falegnami (fabri tignuarii) di Roma il 1° agosto 154, come attestano la data sul lato posteriore e la lunga lista di nomi sul lato sinistro. Più tardi sulla base venne posto un gruppo, probabilmente di bronzo, rappresentante Marte con Romolo e Remo, che fu dedicato dall'imperatore Massenzio il 21 aprile 308, giorno anniversario della fondazione di Roma. È probabile che questo gruppo fosse vicino al lapis niger, cioè il lastricato nero superiore, il quale sembra messo lì apposta per ricordare il vetusto "sepolcro di Romolo", da lungo tempo nascosto sotto terra.

Dinanzi l'arcata destra dell'Arco di Severo si vede sulle lastre di travertino il basamento di una statua equestre, innalzata, secondo l'iscrizione, all'imperatore Costanzo dal prefetto della città, Nerazio Cereale (352-353). L'Imperatore nell'epigrafe viene celebrato comerestitutor urbis et orbis, extinctor pestiferae tyrannidis: quest'ultima frase allude alla vittoria di lui sull'usurpatore Magnenzio (352).

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FORO ROMANO: Monumenti onorari a Arcadio e ad Onorio

La base dei monumenti onorari dedicati ad Arcadio ed Onorio situata nell'Area Centrale del Foro

Monumenti onorari a Arcadio e ad Onorio
Non lontano dai 'rostri vandalici', verso il 'Niger lapis', trovasi un basamento quadrato di marmo bianco, ornato con rilievi da tutti i lati. Da una parte si vede, fra trofei e Vittorie, uno scudo ovale con l'iscrizione: Caesarum decennalia feliciter; da un'altra gli animali per il sacrifizio solenne dei suovetaurilia; sul terzo lato è scolpito un imperatore (la cui testa sembra essere stata distrutta apposta) che sacrifica a Marte e alla Dea Roma, e sul quarto, nove togati in processione. La base fu scoperta nel 1547 dinanzi la chiesa di Sant'Adriano, nel qual luogo verso il 1490 era stata pure rinvenuta un'altra vase perfettamente simile, con l'iscrizione: Augustorum vicennalia feliciter, che fu distrutta poco dopo il suo ritrovamento. Le due basi sembrano essere state erette nel 303 dopo Cristo, per celebrare le feste decennali e vicennali di Diocleziano e dei suoi colleghi nell'impero: il loro posto originario forse era dinanzi la Curia. Ponendo a raffronto il rilievo rappresentante i suovetaurilia e quello simile dei plutei di Traiano si nota subito la rapida decadenza della scultura romana nel corso di appena duecento anni.
Alcuni massi di marmo a destra della base fin qui descritta appartengono ad un monumento del tempo di Onorio e di Arcadio, scoperto pure nel 1547, e che era la grande base per una quadriga; l'iscrizione celebrava con parole vanitose la vittoria riportata da Stilicone sopra il ribelle Gildone in Africa (386-398). Il monumento al tempo dello scavo era quasi integro, ma venuto in possesso dei Farnesi, fu tagliato in pezzi 'per farne opere moderne'. Rimane solo il primo dei grandi massi, che contiene il principio della iscrizione e che ora si conserva nel museo di Napoli. Sul Foro giacciono pochi e piccoli frammenti (p. es. un pezzo con le lettere BELL . . . ESTI rimanenti della frase: vindicata re]bell[ione et Africae r]esti[tutione laetus). Vi appartengono pure due frammenti di un'iscrizione metrica rinvenuta nel sec. XIX:
a]rmipotens Libycum defendit Honorius [orbem (?)
verso forse del poeta Claudiano, il quale allude al monumento in uno dei suoi carmi.
Più a destra, sul margine dello scavo verso il Lapis niger, vedesi un altro blocco di marmo. L'iscrizione, rivolta verso la Curia, attesta che esso apparteneva ad un monumento eretto in onore dell'esercito 'prode e fedele' degli imperatori Arcadio ed Onorio, per ricordare una vittoria sui Goti riportata sotto il comando di un vir illustris. Il nome nella iscrizione è cancellato con cura, ma dev'essere certamente quello di Flavio Stilicone, il quale nel 403 dopo Cristo presso Pollentia vinse le orde di Radagaiso, salvando così il trono ad Onorio. Quando, nel 408, Stilicone fu ucciso per ordine dell'Imperatore, il suo nome venne cancellato in tutti i monumenti pubblici. In quella tarda età scarsi erano i mezzi di cui disponevasi per elevare monumenti pubblici anche importanti, e lo mostra il fatto che l'iscrizione citata è incisa sul lato di un grande zoccolo che aveva già servito per sorreggere una statua equestre: i buchi nei quali erano infisse le zampe del cavallo, ancora si vedono sul lato sinistro che una volta era il piano superiore.

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L'impronta del Saccello di Venere Cloacina di fronte alla Basilica Emilia

Sacellum Cloacinae - Saccello di Venere Cloacina
La parte conservata consiste in un basamento rotondo con zoccolo di marmo e vestigia di una piccola scala sul lato occidentale. Il terreno nasconde una sostruzione tufacea che discende fino a tre metri sotto il livello del suolo dell'età imperiale. Il piccolo monumento è posto sopra il canal mentovato più sopra, che attraversa la Basilica Emilia, ed è vicino al punto ove la Cloaca Massima entra nel Foro. Sulle monete di Mussidio Lungo (43 av. Cr.) è effigiato un piccolo monumento rotondo, dedicato, come attesta l'iscrizione, a (Venere) Cloacina. Secondo la parabasi del 'Gorgoglione' di Plauto il Cloacinae sacrum era situato fra il Comizio e la Basilica Emilia; per stabilirne la esatta situazione è importante anche il racconto che intorno alla morte della giovane Virginia (449 av. Cr.) troviamo in Tito Livio.
Il decemviro Appio Claudio, desideroso di impossessarsi della bella Virginia, figlia di un centurione, aveva indotto un suo cliente a giurare che la fanciulla era sua schiava. Virginia col padre, accorso dal campo di guerra, comparì sul Foro dinanzi al tribunale di Claudio; ma il decemviro, sordo ai ragionamenti e alle preghiere, ordinò al littore di fare in modo che il padrone potesse prendersi la fanciulla. Allora Virginio, perduta ogni speranza, pregò Appio che gli concedesse di dire addio alla figlia, e avutane licenza, la trasse insieme con la nutrice verso il sacello di Cloacina, presso le taberne chiamate poi Nuove, equivi, strappato il coltello di mano ad un macellaio, ne "ruppe il petto" alla fanciulla, esclamando: "Così io — non lo posso in altro modo — ti rendo la libertà, figlia mia! ma te, o Appio, e il tuo capo consacro con questo sangue!" Allora il popolo, acceso di sdegno, prese le armi e cacciò via Claudio e i suoi consorti.
I rilievi delle monete ci lasciano immaginare sul basamento rotondo due statue muliebri, una delle quali tiene in mano un fiore, e accanto a ciascheduna un pilastro basso con sopra un uccelletto. Il fiore e l'uccello, come è noto, erano simboli di Venere.

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FORO ROMANO: Lacus Juturnae - Lago di Giuturna

Il Lacus Iuturnae con a sinistra l'Oratorio dei Quaranta Martiri; in fondo Santa Maria Antiqua e a destra il Tempio dei Castori

Lacus Juturnae - Lago di Giuturna
Dirimpetto le tre colonne del tempio dei Castori è l'ingresso al recinto sacro di Giuturna.
Alle falde del Palatino si venerava già in tempi antichissimi Giuturna, la dea delle sorgenti che ivi scaturivano. Essa era designata come la divinità tutelare di tutti gli artefici che lavoravano con l'acqua (qui artificium aqua exercent): il nome deriva dal verbo iuvare (aiutare). Oltre al santuario sul Foro, Giuturna ne aveva un altro nel Campo Marzio, ove essa era venerata insieme con le ninfe. L'antichissimo lacus Juturnae è effigiato sulle monete della gens Postumia coniate circa il 90 av. Cr. Gli avanzi scoperti nel 1900 e 1901 appartengono ad un restauro dell'età imperiale; al tempo di Costantino una parte dell'edifizio serviva per usi amministrativi (statio aquarum).
Il lacus Juturnae è un bacino quadrato di 5,10 m. di lato e profondo ora circa due metri. Lo alimentano due sorgenti sull'angolo NE. e NO, e nel mezzo si innalza a modo di isola una base costruita in reticolato tufaceo. Le pareti del bacino erano, nell'età imperiale, incrostate di marmo bianco. Sopra il gradino che circonda il lago è posto un bell'altare marmoreo ornato con rilievi sui quattro lati: sopra i lati minori sono effigiati Giove con scettro e fulmine, e Leda col cigno; sopra uno dei lati maggiori Castore e Polluce, sull'altro una figura femminile con in mano una grande face. Quest'ultima figura non può rappresentare che Elena (Selene, come divinità della luce). Che la figura di Elena presso i Romani abbia avuto relazione con quella di Giuturna, non è accertato dagli autori antichi; ma forse l'altare non stava anticamente presso il lacus, bensì nel tempio dei Castori.
Il confine del lacus nei primi secoli dopo Cristo è segnato da una soglia di travertino, sulla quale, secondo le vestigia, era un rastrello; questa soglia forma un quadrato di m. 10 per ogni lato. In età tarda la parte orientale del lacus venne coperta con un grande arco laterizio, il quale serviva per allargare una delle stanze situate fra il lacus e la salita verso il Palatino. Queste stanze servivano, a quanto si crede, per il culto dell'acqua salutare a cui ricorrevano numerosi malati. La stanza più grande ha nel mezzo della parete di fondo una nicchia rettangolare; dinanzi la quale giaceva bocconi la statua (ora rimessa al posto) di Esculapio con allato il fanciullo ministrante (camillus), il quale porta il gallo, sacrifizio prediletto del Dio. Altre statua di divinità salutari, p. es. quella dei Dioscuri con i cavalli (probabilmente opere originali di artisti della Magna Grecia, eseguite nel quinto secolo av. Cr.), e una statua arcaica di Apollo (senza testa), ora rimessa in piedi, furono rinvenute nel bacino, spezzate in molti frammenti.
A quale scopo servisse l'edifizio nel IV secolo dopo Cristo, lo dice l'iscrizione di una base marmorea, sopra la quale, secondo l'epigrafe, stava una statua di Costantino dedicata, insieme con l'edifizio, il giorno 1 marzo 328 dopo Cristo da Flavio Mesio Egnazio Lolliano, curatore delle acque. A questo tempo forse appartiene anche il musaico bianco e nero del corridoio, sul quale sono rappresentati battelli e animali acquatici (in una stanza vicina al corridoio si conservano molti vasi medievali, i cui frammenti furono ritrovati nel lacus).
Più a destra vedesi un gruppo di monumenti assai bene conservati: un'edicola, probabilmente per una statua di Giuturna, che ha dinanzi un pozzo. L'epistilio con l'iscrizione IVTVRNAI Sacrum non è stato trovato qui, ma presso il lacus; però esso appartiene con molta probabilità all'edicola. Il puteale di marmo bianco situato dinanzi l'edicola fu dedicato, secondo l'iscrizione, dall'edile curule M. Barbazio Pollione, forse al tempo di Augusto. Il pozzo, restaurato nel secondo o terzo secolo dopo Cristo, serviva ancora in epoca tarda, come dimostrano i numerosi incavi sul margine superiore, prodotti dall'attrito delle corde. Dopo il trionfo del cristianesimo, il puteale fu involto in uno strato di mattoni e calcinacci; dinanzi vi fu costruita una piccola scala, il cui gradino superiore era un'ara di marmo, la quale, al momento dello scavo, fu trovata col rilievo verso terra, e venne rialzata più tardi. Il rilievo rappresenta Giuturna col fratello Turno, il principe guerriero dei Rutuli, e sono raffigurati come li immaginavano i Romani secondo l'Eneide di Virgilio.

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FORO ROMANO: Arcus Augusti - Arco di Augusto

I resti dell'Arco di Augusto con a sinistra il Tempio di Romolo e a destra il Tempio di Vesta

FORO ROMANO: Arcus Augusti - Arco di Augusto

I resti dell'Arco di Augusto

Arcus Augusti - Arco di Augusto
Appoggiato al lato meridionale del tempio di Cesare sorgeva sopra la Sacra Via un arco, eretto nel 19 av. Cr. dal senato e dal popolo all'imperatore Augusto per celebrare l'avvenuto ricupero delle insegne militari perdute nella guerra partica da Crasso presso Carrhae (55 av. Cr.). Secondo le monete, quest'arco aveva tre luci, le fondamenta composte di grandi blocchi di travertino furono scoperte nel 1888; e alcuni frammenti dello zoccolo di marmo messi già allo scoperto da scavi anteriori, furono recentemente ricollocati sopra quelle fondamenta (le parti eseguite in mattoni sono moderne). Quando il tempio dei Castori fu ingrandito (sotto Tiberio o sotto Adriano?), l'arcata destra del monumento rimase quasi coperta dalla grande scalinata sporgente verso la Sacra Via.
Ad oriente di uno dei pilastri centrali si vede un semicerchio di travertino rozzamente composto, e che, a torto alcuni hanno denominato puteal Libonis o Scribonianum. — Dagli scavi eseguiti nella primavera del 1904 si è accertato che le fondamenta dell'arco posano sopra il lastricato di una strada più antica, la quale corre verso il tempio di Cesare, formando un angolo retto con l'asse di questa strada che nell'età repubblicana doveva segnare il limite orientale del Foro.
Fra le fondamenta dell'arco e il tempio di Cesare furono rinvenuti alcuni dei cosidetti "pozzi rituali" composti di grandi lastroni di travertino e che senza dubbio non sono anteriori al tempo di Augusto.

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FORO ROMANO: Il Tempio del Divo Giulio

I resti del Tempio del Divo Giulio

FORO ROMANO: Il Tempio del Divo Giulio

I resti del Tempio del Divo Giulio con in fondo il Tempio di Antonino e Faustina

FORO ROMANO: l'Ara di Cesare

L'Ara di Cesare

FORO ROMANO: l'Ara di Cesare

La citazione da Appiano De Bello a ricordo della sepoltura di Giulio Cesare

Il Tempio del Divo Giulio
Sul lato orientale del Foro si vede un grande nucleo di opera a sacco, nella cui fronte è intagliata una nicchia semicircolare (ora in parte coperta con un tetto di legno). Questi avanzi appartengono al tempio di Giulio Cesare.
Quando Giulio Cesare fu ucciso, il 15 marzo 44 av. Cr., nella Curia di Pompeo, i suoi partigiani portarono il corpo sul Foro, ove Marco Antonio col suo famoso discorso eccitò il popolo all'entusiasmo per il defunto. Dal vicino tribunale del pretore furono portate sedie, tavole e barre con le quali venne improvvisato un rogo per bruciarvi il cadavere. Il bruciamento accadde, come vien detto chiaramente nelle fonti, 'dinanzi la Regia'. Le ceneri del dittatore furono deposte nel mausoleo della gente Giulia nel Campo Marzio; sul luogo della cremazione fu eretta una colonna con le parole iscrittevi parenti patriae, e dinanzi la colonna un'ara. Poche settimane dopo, il console Dolabella fece togliere la colonna e l'altare, ricoprendo il luogo con un semplice lastrico. Ma i triumviri, Ottaviano, Antonio e Lepido, deliberarono nel 42 av. Cr. di erigere su quel luogo un tempio a Giulio Cesare divinizzato. Il tempio vedesi già effigiato in una moneta di Ottaviano coniato tra il 37 e il 34 av. Cr. e vi si riconosce la statua di Cesare collituo augurale; nel fastigio la cometa, dinanzi il portico, un'ara rotonda. Però le guerre civili degli anni seguenti ritardarono l'inaugurazione del tempio che soltanto il 10 agosto 29 av. Cr. fu dedicato da Augusto. La fronte del tempio fu foggiata in modo speciale, forse per ricordare i particolari delle esequie di Cesare, o forse anche perchè il dittatore aveva avuto l'idea di trasferire i rostri all'estremità orientale del Foro. Dinanzi al portico fu costruita una piattaforma, che poteva servire da tribuna per gli oratori ed era decorata, come quella antica, con i rostri navali, spoglie della squadra di Cleopatra vinta presso Azio. — Le vicende del tempio sono poco note: la tribuna per gli oratori (Rostra ad divi Iuli) qualche volte è menzionata nella occasione di esequie per gli appartenenti alla famiglia imperiale, e le monete di Adriano fanno ricordo di una allocuzione al popolo da lui pronunciata dinanzi a questo tempio. Sotto Settimio Severo, il tempio fu distrutto da un incendio, contemporaneamente forse alla Regia e alla casa delle Vestali; ma restaurato subito, l'edifizio sopravvisse al tramonto del culto pagano.
Delle fondamenta del tempio rimane il nucleo di opera a sacco; i marmi che lo rivestivano furono portati via in gran parte dagli spogliatori del secolo XVI. La parte meglio conservataci è la nicchia semicircolare tagliata nella fronte e rivestita di tufo bruno. In questa nicchia vennero ritrovate nel 1898 le fondamenta di un grande altare, che pare fosse rotondo. La nicchia fu chiusa con un muro di tufi grigi assai male collegati insieme, probabilmente dopo il trionfo del Cristianesimo quando pur volendo conservare l'edifizio come ricordo del fondatore della monarchia, si cercò nel tempo stesso di rendere impossibile il culto pagano. — A destra e a sinistra della nicchia la facciata consisteva in due muri dritti, nei quali erano fissati i rostri navali; ai lati stavano le scale che conducevano alla piattaforma, e da essa mediante pochi gradini si saliva al portico del tempio, che aveva sei colonne di ordine composito. Nella cella era collocato il simulacro del Divo Giulio, portante sul capo la cometa apparsa poco tempo avanti la sua morte.
I frammenti architettonici ritrovati negli scavi, in massima parte, provengono dal restauro di Severo, e sono di fattura poco accurata. La cella è eccessivamente larga in proporzione alla lunghezza, e ciò può attribuirsi come pure la posizione dell'altare in mezzo della facciata, alla ristrettezza dello spazio disponibile per la costruzione del tempio.

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FORO ROMANO: L'Oratorio dei Quaranta Martiri

L'Oratorio dei Quaranta Martiri con a sinistra il Tempio dei Castori

L'Oratorio dei Quaranta Martiri
La parete di fondo dell'edicola di Giuturna s'appoggia ad una sala con abside di buona opera laterizia, situata esattamente nell'asse della Nova Via. A che servisse da principio è ignoto; nell'età cristiana fu trasformata in un oratorio dedicato ai Quaranta martiri.
Nella persecuzione di Diocleziano quaranta soldati cristiani in Sebaste nell'Armenia non poterono, secondo la tradizione, essere indotti ad abiurare la loro fede, nè con promesse, nè con torture. Allora il prefetto Agricola li condannò ad essere immersi (essendo rigido inverno) in uno stagno freddissimo, per farli morire lentamente dal gelo. Per acuire la tortura, Agricola stesso ordinò che accanto allo stagno fosse preparato un bagno caldo, nel quale chiunque rinnegasse la sua fede, potesse trovare sollievo. Ma unto soltanto dei quaranti soldati rinunziò la fede, tutti gli altri rimasero fermi ripetendo incessantemente la preghiera: "O Signore, noi eravama quaranta quando siamo scesi nello stagno, fà che anche in quaranta riceviamo la corona celeste". Tocco da così grande perseveranza, uno dei guardiani entrò nello stagno e fu martirizzato con gli altri trentanove.
Il grande affresco dell'abside rappresenta i quaranta martiri entro lo stagno: a destra si vede l'apostata nel tepidario, accanto, il guaradiano armato. Sulla parete sinistra e sulla parte attigua della parete di fondo erano rappresentatit i quaranta martiri nella gloria. Queste figure sono assai danneggiate; ben conservata è invece la parte inferiore della parete contigua all'abside: vi sono due grandi croci latine con medaglioni nel centro (testa di Cristo e della Madonna), e con corone ed altri ornamenti pendenti dai bracci. Croci simili di metallo ornate di oro e di gioielli erano sospese in molte basiliche antiche sopra i sepolcri dei martiri, e spesso servivano da lampadari. Sotto le croci stanno due agnelli ed un pavone, composizione simile alle pittur ec si vedono nelle catacombe. Gli affreschi della parete destra (forse rappresentanti la storia di Sant'Antonio Eremita) sono quasi svaniti. Il pavimento dell'oratorio è composto in maniera rozzissima con frammenti di marmi bianchi e colorati, di porfido e di serpentino.

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La Necropoli arcaica al Foro Romano

La necropoli arcaica (Sepulcretum)
Sull'angolo SO del tempio di Faustina, in questi ultimi anni (dall'aprile 1902 in poi), fu scoperto a cinque o sei metri sotto il livello dell'età imperiale, una necropoli antichissima. Le tombe (finora ventitre, le quali vengono designate con le lettere A-X) contenevano cadaveri sepolti oppure ossa bruciate. Nelle tombe a cremazione, che sono le più antiche, si trova generalmente un grande vaso di terracotta entro una fossa scavata nel tufo, e coperto con piccoli pezzi di tufo.
Il vaso grande, di forma sferica od oblunga, oltre all'urna cineraria, che qualche volta ha la forma di una capanna italica, racchiude anche vasi più piccoli, spesso con dentro avanzi dei sacrifizi e del banchetto funebre.
I cadaveri seppelliti si trovano o semplicemente in fosse oblunghe scavate nel tufo, oppure in sarcofaghi di tufo o di legno: questi ultimi sono, in maniera assai primitiva, scavati in tronchi d'alberi. Che le tombe ad inumazione siano posteriori a quelle a cremazione si vede chiaramente dove una tomba rotonda della prima specie viene tagliata da una oblunga dell'altra specie. I doni funebri sono semplicissimi: i vasi di terracotta in gran parte fatti a mano, senza uso del tornio, e di cottura poco accurata. Mancano quasi del tutto i vasi importati dalla Grecia, tranne pochi dei così detti "vasi protocorinzi". La massima parte di essi è di tipo laziale, o di bucchero, con ornamenti graffiti, linee spirali o a zig-zag, ecc. Numerosi sono gli oggetti di bronzo, frammenti di armi o di oggetti di ornamento, segnatamente fibule per appuntare i vestiti; alcune delle quali sono ornate di pezzi di ambra gialla, attaccati sulla spilla. Di ornamenti aurei non vi è traccia, conforme alla legge romana (registrata più tardi nelle dodici tavole, che vietava di porre nei sepolcri dell'oro, tranne quello che avesse servito a legare i denti. Di argento sono poche fibule rinvenute nella tomba di un bambino; e inoltre si trovano nelle tombe palline di vetro, orecchini d'ambra, oggettini d'osso, ecc. Anche le tombe più recenti sono posteriori al sesto secolo; quelle più antichi rimontano all'ottavo o forse al nono secolo, e sono quindi anteriori all'anno a cui la tradizione romana ascriveva la fondazione della città, cioè il 753 av. Cr. Se le tombe appartengano ai primi abitatori del Palatino, ovvero alla città ingrandita, al Settimonzio, finora non si può accertare. Ma senza dubbio l'uso della necropoli dovette cessare allorquando la valle del Foro venne prosciugata e destinata ad essere mercato comune delle due colonie, la latina sul Palatino e la sabina sul Quirinale: ciò che, secondo la tradizione romana, avvenne nel sesto secolo av. Cr.

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Il cosidetto Templum Sacrae Urbis
Dietro il tempio rotondo è situato un edifizio rettangolare, la cui parete ad oriente, bellissima costruzione di grandi blocchi tufacei, è stata recentemente messa alla luce fino al livello antico. Nel centro della parete si vede una porta con sopra un arco cieco, e con gli stipiti di travertino: il tutto di esecuzione eccellente. La parete posteriore dell'edifizio invece è di mattoni: sulla superficie si vedono numerosi buchi per le grappe che tenevano lastre di marmo, nelle quali era incisa la grande pianta di Roma (Forma Urbis). Questa fu eseguita sotto Settimio Severo, probabilmente in sostituzione di un'altra più antica; i frammenti trovati nel 1560 e nel secolo XIX che si sono potuti ricomporre, ora sono esposti nel giardino del palazzo dei Conservatori. L'edifizio aveva il suo ingresso principale a occidente, ove fino al secolo XVII era conservato tutto il muro di tufo simile a quello del lato opposto, e un portico di otto colonne. Nel 1640, Urbano VIII fece demolire questo lato e dei blocchi si servì per costruire la chiesa di Sant'Ignazio. All'edifizio rettangolare si è dato il nome (che non si trova nelle fonti antiche) di templum Sacrae Urbis: e lo si è considerato come una specie di archivio in cui fossero conservati l'originale della Forma Urbis su papiro o pergamena, i libri del catasto ed altri simili documenti; l'edifizio avrebbe avuto anche una cappella della Dea Roma. Ma la pianta dell'edifizio non si attaglia punto ad un tempio, e la Forma Urbis, come decorazione della parete esterna, sarebbe anche conveniente se nell'interno vi fosse stata la "Biblioteca del Tempio della Pace" menzionata da Gellio (2. sec. dopo Cristo). Inoltre è poco probabile che un edifizio dedicato al culto pagano fosse stato transformato già nel principio del sesto secolo in una chiesa cristiana. La chiesa dei Ss. Cosma e Damiano aveva fino al secolo XVI pareti figurate con musaici di marmo (opus sectile) distrutte soltanto nei restauri di Urbano VIII. Nell'abside, che fu aggiunta da papa Felice IV, sono ben conservati i mosaici che debbono annoverare fra i più belli esistenti in Roma, e che rendono la chiesa meritevole d'una visita (l'ingresso è dalla via in Miranda).
La piazza dietro il tempio, che ha un bel pavimento di grandi lastre marmoree, apparteneva già al Forum Pacis. Vi si nota un grandissimo macigno caduto dal vertice della vicina Basilica di Costantino, e vedendo come nell'interno sia ben conservata una scale di dodici gradini e altresì l'enorme altezza dalla quale quel macigno è caduto, si ha una prova dell'eccellente qualità del cemento romano. Il masso quando fu rinvenuto, giaceva ad un'altezza di m. 1,50 sopra il livello antico (ora è sostenuto da muri moderni): da ciò si può conchiudere che esso crollò a causa di uno dei grandi terremoti nel secolo XII o XIII. Sotto l'angolo NO della basilica passa una galleria antica, la quale serviva come via di comunicazione durante tutto il medio evo, e fu chiusa soltanto nel 1563. La galleria allora si chiamava Arcus Latronis, forse a cagione di misfatti ivi accaduti; all'autore delle Mirabilia questo nome fornì occasione ad inventare un templum Pacis et Latonae.

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Templum Iovis Statoris
Al di là dell'Arco di Tito, a destra della Sacra Via, si vedono gli avanzi di una grande sostruzione, di carattere arcaico con massi di peperino e di opera a sacco, composta quasi esclusivamente di frantumi di basalto. Probabilmente questa sostruzione appartiene al tempio di Giove Statore, il quale secondo la tradizione romana, fu eretto da Romolo fuori dell'antico recinto della Roma quadrata, non lungi dalla Porta Mugonia. In questo luogo nella guerra dopo il ratto delle Sabine, i Romani furono gravemente attaccati dai Sabini; Romolo promise a Giove un tempio, se il dio volesse ristabilire l'ordine nelle scomposte file dell'esercito romano, e Giove esaudì la sua preghiera. Il tempio, restaurato (o secondo altri costruito) dal console Attilio Regolo (294 avanti Cristo), è rappresentato sul rilievo della tomba degli Aterii, a destra dell'Arco di Tito, e sempre secondo questo rilievo, il tempio aveva quattro colonne sulla facciata, rivolta verso il Clivo Palatino. Il tempio esisteva ancora nel IV secolo dopo Cristo; nel medio evo sopra le sue fondamenta fu eretta la Torre Cartularia, nella quale si conservava l'archivio della Chiesa Romana. Questa torre si vede sopra molti disegni ed incisioni dal XVI al XVIII secolo; gli ultimi avanzi rimasero fino al 1828. Nè allora, nè in altri scavi sono venuti alla luce notevoli frammenti architettonici del tempio.

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Tratto da: Il Foro Romano - Storia e Monumenti da Christian Hülsen pubblicato da Ermanno Loescher & Co Editori di S. M. la Regina d'Italia 1905

 


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