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Contenuto: Vita
e opere Einaudi | Vita e opere
Argan | Il suicidio di Borromini
| L'Inno ad Elios di Proclo |
Bibliografia
i link nella lista delle opere rimandano
ad una pagina dedicata
Chiesa
di Sant'Ivo alla Sapienza - Corso Rinascimento
Progetto e costruzione
Oratorio
de' Filippini - Piazza della Chiesa Nuova 18
Progetto e costruzione, Facciata, Sala di
Ricreazione e Camino, Portineria, Residenza dei Cardinali,
Biblioteca Vallicelliana, Refettorio Vallicelliano
Chiesa
di San Carlo alle Quattro Fontane - Via del Quirinale
23
Progetto e costruzione, Convento, Chiostro
Chiesa
di Sant'Agnese in Agone - Piazza Navona
Facciata, Altari fra i pilastri principali
e i balconi, Pianta della Sacrestia, Porte a fianco dell'altare
della Sacrestia
Palazzo Pamphily - Piazza Navona
Decorazione della Galleria Grande, Finestra
"serliana", Copertura della Sala detta del Palestrina
Palazzo Barberini - Via Barberini 18
Scala a Chiocciola, Porte del Salone d'Onore,
Finestre laterali accanto al loggiato in facciata, Finestre
del prospetto posteriore
Basilica
di San Giovanni in Laterano - Piazza San Giovanni in Laterano
Restauro, Sistemazione interna
Battistero di San Giovanni in Laterano
Tomba ceva
Collegio di Propaganda Fide - Via Propaganda
Fide 1
Facciata su via Propaganda Fide, Cappella
dedicata ai Re Magi
Chiesa
di San Giovanni dei Fiorentini - Via degli Acciaioli 2
Altare maggiore, Cappella Falconieri, Disegno
della Cripta dei Falconieri
Palazzo Falconieri - Via Giulia 1
Facciata sul Tevere, Erme con la testa di
Falco sulla facciata di via Giulia, Dodici soffitti all'interno
del palazzo
Palazzo Spada - Piazza Capodiferro
13
Restauro, Galleria Prospettica, Due Scale
a chiocciola
Chiesa
di Sant'Agostino - Piazza di Sant'Agostino
Disegno del Salone del Convento Agostiniano
Basilica
di San Pietro - Piazza San Pietro
Parti architettoniche-ornamentali del Baldacchino
in bronzo, Decorazione Loggia della Cupola del Volto Santo,
Piedistallo della Pietà di Michelangelo, Cancello in
ferro della Cappella del SS. Sacramento, Altare di San Leone,
Fontane delle Api: ingresso Sant'Anna della Città del
Vaticano
Chiesa
di San Girolamo della Carità - Via S. Girolamo
della Carità 63
Cappella Spada
Palazzo Carpegna - Piazza Accademia
di San Luca 77
Portale interno, Scalone a lumaca, Porticato
interno, Cortile
Chiesa
di Sant'Andrea delle Fratte - Via Sant'Andrea delle Fratte
1
Cupola, Tamburo, Campanile
Chiesa
di Santa Maria dei Sette Dolori - Via Garibaldi 27
Progetto e parziale costruzione, Facciata
Chiesa di San Giovanni in Oleo - Via
Appia
Tamburo, Calotta
Chiesa
di Santa Lucia in Selci - Via in Selci
Cappella Landi
Palazzo Giustiniani - Via della Dogana
Vecchia
Lavori
Monte di Pietà - Piazza del
Monte di Pietà
Campanile
VITA E OPERE DI FRANCESCO BORROMINI
Borromini, Francesco (Francesco Castelli;
1599-1667).
La figura piú geniale ed originale dell’arch.
del Barocco a Roma, ombroso rivale del quasi coetaneo Bernini.
Tardo nel rivelarsi, solitario, frustrato e nevrotico, finí
per suicidarsi.
Nacque a Bissone sul lago di Lugano, figlio probabilmente
di un capomastro; passò alcuni anni a Milano prima
di recarsi a Roma sullo scorcio del 1619; vi rimase per tutto
il resto della sua vita. Raccomandato da una lontana parentela
col maderno, trovò impiego come scalpellino in San
Pietro, operando principalmente sui cherubini decorativi,
sui festoni, sui cancelli ecc.
Morto Maderno nel 1629, proseguí agli ordini di Bernini,
divenendone poi l’assistente principale e talvolta contribuendo
alla progettazione, sia di San Pietro, sia di palazzo Barberini
(finestre a fianco della loggia, finestre sul giardino, scala
ellittica).
Ma si trattava di un rapporto tutt’altro che facile.
Artigiano consumato, B. disprezzava le lacune tecniche di
Bernini, il cui successo lo feriva. I due artisti si separarono
definitivamente nel 1634, quando a B. si presentò la
grande occasione, con l’incarico di San Carlo alle Quattro
Fontane. Malgrado le sue ridottissime dimensioni, la chiesa
(1637-41) è una delle piú geniali composizioni
spaziali che mai siano state immaginate, e manifesta in B.
l’assoluto dominio dell’arte e il rivoluzionario
disprezzo per le convenzioni. La pianta ovale, accentuata
dalla cupola a nido d’ape, si fonda su moduli geometrici
(triangoli equilateri), ma il ritmo fluttuante e l’effetto
plastico delle pareti ondulate, e gli elementi plastici stessi,
irrequieti e intrecciati, producono un effetto quasi voluttuoso.
La facciata concavo-convesso-concava venne iniziata nel 1665.
A San Carlo seguí presto Sant’Ivo alla Sapienza
(1643- 1660). Il sistema planimetrico fondato su triangoli
di B. genera qui un esagono stellato, che egli elabora verticalmente
con effetto dinamico. (L’interno è stato recentemente
restaurato nel color bianco originale; sono state rimosse
tutte le alterazioni ottocentesche). La fantasiosa cupola
culmina in una straordinaria cuspide a spirale, quasi un piccolo
ziqqurat. In Sant’Ivo l’arch. di B. raggiunge
l’apice. Gli ed. successivi o restarono incompiuti,
o risultarono in qualche modo bloccati per difficoltà
intrinseche dei lotti o per la necessità di riprendere
progetti di precedenti arch.
Le opere incompiute comprendono Santa Maria dei Sette Dolori
(1642-47; interno disastrosamente alterato nel s xix); il
rifacimento dell’interno di San Giovanni in Laterano
(1646-49), cui tuttora manca la prevista volta sulla navata;
Sant’Andrea delle Fratte (1653-65), aggiunta del transetto,
di un’abside e della cupola, rimasta ancor oggi priva
della lanterna (il tamburo ed il campanile a tre piani superano,
per capacità fantastica, persino Sant’Ivo).
In Sant’Agnese in Piazza Navona (o in Agone; 1653-57)
B. riprese l’opera di c. rainaldi, mutandone il carattere
all’interno mediante modifiche apparentemente di minor
conto, e ridisegnando completamente la facciata, cui conferí
un andamento concavo. Il drammatico raggrupparsi dell’alto
tamburo e della cupola, incorniciata da eleganti torrette,
costituisce una delle sue composizioni migliori e piú
tipiche; sebbene, prima di completarla, egli venisse estromesso
dall’incarico e dal cantiere, e venissero apportati
mutamenti sia dal Rinaldi che da Bernini, specie nel frontone.
La sua abilità fu messa a dura prova nell’Oratorio
dei Filippini (1637-50) da una situazione urbanistica difficile:
l’opera è notevole per la geniale bifunzionalità
della facciata, che fonde la chiesa e il corpo del convento
(edilizia in laterizio). L’altare Filomarino in Santi
Apostoli a Napoli (in. 1635) è l’unica sua opera
notevole fuori di Roma e dintorni.
L’arch. profana di B. è frammentaria ma parimenti
singolarissima: colonnata prospettica e illusionistica in
palazzo Capodiferro (cfr. spada, v 1635); restauro e ampl.
di palazzo Falconieri in via Giulia (d 1645; con corpo ad
U e loggia sul fronte sul fiume); grandioso salone in Palazzo
Pamphili (d 1647); biblioteca della Sapienza (d 1655), prototipo
di numerose biblioteche settecentesche, cappella Spada in
San Girolamo della Carità (c 1662). Villa Falconieri
a Frascati (c 1644) fu piú tardi alterata dal fuga.
L’arch. di B. andava facendosi sempre piú eterodossa,
e la sua ultima opera, il Collegio di Propaganda Fide (prog.
1647, compl. c 1660) rivela un considerevole mutamento di
linguaggio, nella direzione del monumentalismo e del rigore:
ad es., i capitelli si riducono a poche scanalature parallele.
La facciata su via di Propaganda Fide – massiccia, oppressiva,
quasi da incubo – non ha pari né prima né
dopo B.
Rimproverato già dai suoi stessi contemporanei di aver
minato le convenzioni della buona arch., B. ebbe scarso influsso
immediato in Italia, se si esclude l’ornamentazione
superficiale. Ma le sue rivoluzionarie concezioni spaziali
dovevano recare frutto abbondante, successivamente, nell’Europa
centrale. La sua maniera era troppo personale ed eccentrica,
specialmente nel combinare elementi got. e post-rinasc. Le
affinità col Got. vennero notate fin dai contemporanei
(ad es. dal baldinucci), ed invero si spinsero al di là
di una predilezione per dettagli medievaleggianti: si può
dire che il suo sistema geometrizzante di progettazione, e
l’accentuazione delle qualità dinamiche dell’ossatura,
lo conducessero assai vicino ai principî strutturali
del Got. Per converso, la capacità di fusione tra arch.
e plastica, e la modulazione voluttuosa degli spazi e delle
masse, lo legano alla tradizione antropomorfica it.
tratto da Enciclopedia dell'Arte - Einaudi
FRANCESCO BORROMINI (1599-1667)
è il grande avversario del Bernini;
con la propria opera ne contesta, punto per punto, la poetica
universalistica. È un contrasto di idee che, da parte
del Borromini, è combattuto soprattutto sul terreno
della tecnica; mentre, da parte del Bernini, è mantenuto
sul piano dello stile, e specialmente, del valore dell'immaginazione
che nel Borromini sarebbe arbitraria e "chimerica",
eccitazione fantastica senza fondamento nella storia. Il Bernini
possiede tutte le tecniche, il Borromini è soltanto
architetto. Le tecniche del Bernini discendono da un'idea,
realizzano l'invenzione; la tecnica del Borromini è
mera prassi. Il Bernini è sicuro del successo delle
proprie tecniche; la tecnica del Borromini è ansiosa,
tormentata, sempre insoddisfatta. Si sa che nel Seicento tutti
i problemi hanno una radice religiosa. Il Bernini è
persuaso di avere il dono della rivelazione; contempla Dio
nel mondo e si sente salvo. Il Borromini è come chi
prega, invoca la grazia: sa perché prega, è
pieno di fervore, ma non sa se la grazia verrà. Tutta
la sua opera corre sul filo di quest'ansia: un istante di
minor tensione, un nulla, può farla fallire. E allora
sarebbe, come diceva Michelangiolo, "peccato".
Vi sono singolari coincidenze tra la posizione ideale del
Borromini e quella del Caravaggio. Anche il Borromini è
lombardo, cresciuto nel clima religioso dell'ascetismo pratico
del Borromeo; anche il Borromini, a Roma, si fa sostenitore
di una cultura settentrionale (prevalentemente palladiana)
e di una prassi artistica che vale per se stessa e non per
una teoria da cui dipenda; anche il Borromini ha un carattere
aspro, intransigente, violento. Finirà per uccidersi
in una crisi d'angoscia. C'è tuttavia una differenza:
il problema della realtà, che assillava il Caravaggio,
non esiste più. L'ha risolto il Bernini (con cui il
Borromini lavora in San Pietro e in palazzo Barberini) ponendo
l'arte come immaginazione che si realizza, si sovrappone alla
realtà, la sostituisce. Tutto il problema si riduce
all'immaginazione: è un conoscere o un essere? rivelazione
o ricerca? soddisfa all'impulso che la muove o tende senza
fine a una trascendenza irraggiungibile?
Per il Borromini è ricerca, tensione, rifiuto del mondo,
volontà di trascenderlo. Il Bernini si esprime per
larghi discorsi allegorici, mira alla massima espansione spaziale,
muove grandi masse di luce e di ombra, sfrutta le possibilità
illusive della prospettiva. Il Borromini si esprime per simboli
quasi ermetici; mira alla massima contrazione spaziale, evita
le masse, affila i profili e li espone a una luce radente,
inverte spesso la funzione della prospettiva servendosene
per ridurre invece che per protrarre lo spazio. Anche l'ambiente
dei due artisti è diverso: salvo un breve periodo di
disgrazia sotto Innocenzo X, il Bernini è l'artista
della corte pontificia; il Borromini è ricercato dagli
ordini religiosi, specialmente da quelli, come i Filippini,
che predicano l'assiduità della pratica ascetica.
Giunto a Roma nel 1614, lavora come scalpellino presso il
Maderno, suo zio; è quasi un autodidatta; ha il culto
di Michelangiolo, ma lo ammira più per il suo tormento
spirituale che per la sua opera. I dissapori col più
fortunato rivale cominciano probabilmente fin da quando lavora
alle sue dipendenze, ma con una qualche autonomia, in San
Pietro e in palazzo Barberini. La prima opera interamente
sua è il piccolo chiostro nel convento di San Carlo
alle Quattro Fontane (1634-37). Riduce lo spazio, già
esiguo, con le forti colonne del portico; evita la simmetria
e distribuisce gli intervalli con un ritmo alterno, più
larghi e più stretti, elimina gli angoli perché
il ritmo giri tutt'intorno, li trasforma in corpi convessi
come se la superficie s'incurvasse nella stretta di una morsa.
Nell'interno della chiesa (1638-41) ellittica (ma con l'asse
maggiore nel senso della lunghezza: con un effetto di contrazione
opposto a quello, di espansione, che cercherà il Bernini
in Sant'Andrea) pone un unico ordine di colonne (un motivo
palladiano). Sono volutamente sproporzionate allo spazio ristretto,
e lo stringono ancor più; ma la loro forza plastica
costringe le superfici a inflettersi, la stessa cupola ovale
si direbbe deformata, schiacciata delle curve tangenti degli
archi.
Nell'oratorio dei Filippini (1637-1643) il piano della facciata
è concavo: di modo che le lesene appaiono sempre di
spigolo e in una condizione di luce sempre diversa. Al nicchione
del secondo ordine, ricavato a sguscio con la falsa prospettiva
del catino, fa contrasto nel primo il volume semicilindrico
dell'ingresso. Le membrature sono forti, ma non sostengono
nulla e talvolta si contraddicono come nel cornicione del
primo ordine, interrotto dai timpani triangolari delle finestre.
I critici neoclassici accusano il Borromini di lavorare come
un ebanista: infatti intaglia nervosamente le superfici, spezza
le linee, insiste sull'ornato finissimo e spesso "capriccioso".
Tormenta la superficie con un furor simile a quello del pittore
che cerca sulla tela il tono giusto. Perciò evita i
materiali nobili: al marmo preferisce il mattone, l'intonaco,
lo stucco. Sono materiali poveri ma docili; non hanno alcun
pregio intrinseco, ma diventano preziosi col lavoro ansioso
dell'artista.
Non meno del Bernini, il Borromini si pone problemi ambientali,
urbanistici; ma non si preoccupa affatto dell'aspetto rappresentativo,
monumentale della città. Nei suoi vasti complessi edilizi,
alle Quattro Fontane e ai Filippini, affronta da architetto
"pratico" le questioni funzionali; ma il tono della
costruzione sale di colpo ad altezze vertiginose dove la funzione
pratica della comunità è la pratica ascetica.
Non c'è un dominio della vita spirituale separato da
quello della prassi quotidiana: il raptus dell'ispirazione
coglie l'uomo nell'umiltà della sua opera di ogni giorno.
Non vi sono più tipi costruttivi, modi abituali di
distribuire le parti dell'edificio secondo l'equilibrio dei
pesi e delle spinte: la costruzione è il prodotto di
un unico impulso, che va dalla pianta all'ultimo particolare
ornamentale. La piccola chiesa di Sant'Ivo alla Sapienza ha
un perimetro bizzarro, mistilineo, che si conserva, via via
restringendosi, fino al sommo della cupola. Come all'interno
la cupola non è la chiusura ma il proseguimento della
forma del vano, così all'esterno è avvolta da
un tamburo lobato, che si sviluppa nell'aria e nella luce
con un chiaroscuro tenue, ma continuamente interrotto dalle
lumeggiature vive degli spigoli delle lesene. Il poco di calotta
che emerge dal tamburo è sùbito contraddetto
dalla curvatura opposta dei contrafforti radiali, sicché
il ritmo può seguitare nell'alta lanterna e nel lanternino,
che conclude tutte le spinte dell'edificio nel ritmo rotatorio,
sempre più rapido, della decorazione a voluta.
Quando, nel 1646, viene incaricato di restaurare in tutta
fretta la basilica di San Giovanni in Laterano per il Giubileo
del 1650, il Borromini si trova alle prese con un grande spazio,
di cui non può mutare né le misure né
il perimetro. Chiude le antiche mura come in una teca, sfrutta
tutta la luminosità del vano per dar valore ai diaframmi
chiarissimi delle pareti e alla decorazione elegantissima
che li adorna, quasi fingendo che i fedeli abbiano adornato
di fiori e di palme la chiesa nel giorno della festa.
Non dissimile dalla soluzione luministica in chiaro della
basilica lateranense, è quella dell'esterno di Sant'Agnese
in piazza Navona (1652-57): con la fronte cava che sembra
cedere alla pressione del grande spazio della piazza, alla
cui estensione in lunghezza fa contrasto lo slancio della
cupola inquadrata, sulla fronte, dai due campanili.
L'eleganza, la purezza del ritmo crescono col crescere della
tensione interna. Il suo lungo tormento si avvicina all'epilogo:
il restauro di San Giovanni rimasto a mezzo lo amareggia,
la ripresa trionfale dell'attività del Bernini col
favore di Alessandro VII lo umilia. Poiché gli si impedisce
di compiere l'opera che doveva essere il suo capolavoro, si
dà a ricomporre entro bizzarre, preziose cornici i
frammenti delle antiche tombe della basilica: per la prima
volta opere d'arte del medioevo vengono messe in valore, non
già come reliquie o documenti di storia religiosa,
ma per il fascino che emana dal loro accento arcaico, desueto.
Altre volte evoca forme esotiche, come nel raffinatissimo
portale di palazzo Carpegna, o motivi classici rari, addirittura
anomali, come nel campanile di Sant'Andrea delle Fratte: quasi
col gusto amaro di dichiararsi fuori della storia, di porre
l'arte al di sopra del tempo, come espressione di una spiritualità
che può essere di ogni uomo, quale che sia la sua cultura.
L'edificio non deve essere una rappresentazione dello spazio
né la forma allegorica di concetti religiosi o politici:
è un oggetto che l'artista costruisce con quel che
di meglio ha in sé, non importa se nella sua cultura
o nella sua fantasia; e che esprime soltanto questa difficile
scelta del meglio, come un'offerta probabilmente inutile ma
anche per questo più pura.
Già nel collegio di propaganda Fide (1647-62), in una
via stretta che costringe alla veduta d'infilata, accentua
la forza delle membrature - lesene e cornicione - per concentrare
la luce sulle complicate cornici ad edicola, concave e convesse,
delle finestre incassate. Non è scenario, prospetto,
diaframma tra interno ed esterno: è una parete che,
soltanto alludendo al "contenuto" dell'edificio,
assume un altissimo prestigio ideale per il modo con cui trasforma
in luce spirituale, quasi d'emanazione divina, la luce naturale
che la colpisce.
L'ultima opera del Borromini è la facciata della prima
chiesa che aveva costruito, San Carlo alle Quattro Fontane.
È contemporanea al colonnato berniniano, la forma più
unitaria e globale di tutta l'architettura barocca; ed è,
all'opposto, la forma più frammentaria, discontinua,
antimonumentale. È concepita come un oggetto, un arredo,
un reliquario; è collocata all'estremità della
strada, rompendo a bella posta la simmetria del quadrivio
delle Quattro Fontane. Alta e stretta, nasconde completamente
il corpo della chiesa; e non si raccorda, anzi spicca dalla
parete della strada. È proprio l'opposto di quello
che aveva fatto il Bernini poco più avanti, nella stessa
via, con la chiesa di Sant'Andrea. La piccola facciata, con
la sua triplice flessione, con lo sbalzo delle colonne a cui
fa riscontro lo scavo delle nicchie, il fitto ornato, il frazionamento
continuo del piano, sembra non aver altro scopo che quello
di portare in alto l'ovale con l'immagine o la reliquia, che
rompe il coronamento dell'edificio e lo conclude con un bizzarro,
elegantissimo fastigio. È veramente l'ultimo gesto
della lunga polemica antiberniniana, che passa qui dal piano
architettonico all'urbanistico. Non la rappresentazione architettonica
dello spazio, ma l'edificio come fatto umano che accade nello
spazio; non la contemplazione dell'universale, ma il particolare
vissuto con intensità estrema; non la città
come immagine unitaria dei supremi poteri divini ed umani,
ma la città come luogo della vita, in cui l'esperienza
religiosa s'intreccia con quella del lavoro quotidiano. Non
sorprende perciò che le idee architettoniche e urbanistiche
del Borromini abbiano avuto, anche fuori d'Italia, un'irradiazione
maggiore di quelle del Bernini: infatti, se non manifestano
l'autorità spirituale della Chiesa e dello Stato, interpretano
ed esprimono l'aspirazione spirituale dell'individuo e della
comunità.
tratto da Carlo Giulio Argan Storia dell'Arte
Italiana
IL SUICIDIO DI BORROMINI
Francesco Castelli, appena arrivato a
Roma, nel 1619, cambiò il suo nome in Borromini e iniziò
a lavorare con i più grandi architetti del suo tempo,
Maderno e Bernini. Il 3 agosto del 1667, morì qualche
giorno dopo essersi gettato su una spada. Era nato vicino
Lugano il 25 settembre del 1599. Si trattò veramente
di suicidio? Roberto Tatarelli, ordinario di Psichiatria dell'Università
degli Studi di Roma "La Sapienza", discute il problema.
La morte violenta del Borromini presenta alcuni elementi di
discussione per quanto riguarda la sua qualificazione suicidaria.
Una ragionevole certezza o, meglio, probanti indizi che si
sia trattato di suicidio potrebbe venire da una conoscenza
dettagliata e approfondita non solo e non tanto dei fatti
biografici quanto piuttosto -cosa più difficile- dello
sviluppo della vita affettiva e della strutturazione della
personalità del personaggio. Poiché, nel caso
del nostro sono sicuramente da escludere franche emergenze
psicopatologiche, con valore di malattia, anche se aspetti
ed elementi al limite della norma non sono affatto rari in
persone così grandiosamente creative: sui deboli confini
tra genio e follia molto è stato scritto. Anche gli
ultimi momenti (le ultime tappe dell'itinerario personologico)
precedenti il gesto di violenza mortale sono importanti, anche
se non decisivi, per poterlo indicare come veramente autosoppressivo.
È comunque certo che nella strutturazione della personalità,
nella tipologia e nell'assetto intrapsichico e relazionale
è da situare la nascita dell'idea del suicidio; ma
ci sfugge sempre molto sulle radici e sulla comprensione del
fenomeno, soprattutto nella sua strutturazione ideo-affettiva.
Questa premessa circoscrive e limita l'expertise sulla morte
del Borromini; inoltre ogni valutazione post-mortem e a così
grande distanza sia dall'evento sia dall'ambiente psicologico
e culturale non può che essere affetta nella sua attendibilità
da sostanziose quote di incertezza probabilistica. Dall'esame
di due documenti (la relazione della visita medica all'architetto
morente e la constatazione del cadavere) e da altri sommari
dati biografici è possibile proporre le seguenti opzioni
a favore e contro la suicidalità della morte violenta
come ci è stata tramandata dalla storia. Inizio con
l'elencare i punti a favore del suicidio:
1) Francesco Borromini, di età per quel tempo sicuramente
avanzata, ma ancora in grande attività professionale
e con alta creatività, risultava malato da una decina
di giorni. L"'indisposizione" non deve essere stata
grave tanto da permettergli di andare "a Santo Giovanni
a pigliare il giubileo", ma egli ne era preoccupato,
perché pensa di fare testamento. Non c'è quindi
dubbio che l'idea della morte fosse chiaramente presente nella
sua coscienza.
2) Poco tempo prima egli aveva distrutto tutti i suoi disegni
e progetti. È un'azione che può essere interpretata
sia sulla base di personali convinzioni esistenziali e culturali
(il Borromini era tra l'altro da considerare un proto-massone)
sia sulla base di peculiari aspetti o assetti relazionali
o di personalità, sia infine come prodotta da elementi
depressivi del momento. In quest’ultima evenienza il
fatto potrebbe essere visto in senso autodistruttivo (è
qualcosa di molto importante, di vitale, una parte di me che
io distruggo), un antefatto suicidario.
3) La notte a cui sarebbe seguito l'atto autoaggressivo il
Borromini era praticamente insonne (c'è stato forse
solo un assopimento durato due o tre ore), psichicamente energico,
determinato e probabilmente ansioso. Non c'è dubbio
che l'energia psichica, la determinazione, una quota di ansietà
(accanto a più o meno evidenti fenomeni di eccitazione)
sono elementi praticamente indispensabili per l'agire suicidario.
4) Dopo il rifiuto da parte del suo assistente Massari di
accendergli il lume, gli entra "addosso l'impatientia''
e comincia a pensare a come potersi fare del male. L'impatientia,
che si può intendere come una condizione di insofferenza
intollerante, di non sopportazione, potrebbe essere l'espressione
acuta, culminante e pervasiva di uno stato emotivo in cui
è la vita che è insopportabile perché
dà troppo dolore. Tutti gli elementi di insofferenza
per la vita prima controllati come il travaglio continuato,
i contrasti, la stanchezza, la malattia, forse la paura della
vecchiaia, del deterioramento e, paradossalmente, della morte,
sarebbero venuti a incontrarsi e sommarsi per lo stimolo di
quella fastidiosa e irritante frustrazione (il rifiuto del
Massari) solo in apparenza banale perché in realtà
in grado di suscitare il sentimento di impotenza di chi la
riceve.
5) La modalità violenta e letale dell'atto non è
inconsueta per quell'epoca: il ferirsi con la spada era proprio
una delle più frequenti forme del darsi la morte. L'inconsueta
introduzione dell'arma nel corpo non è elemento di
per sé sufficiente a inficiare l'ipotesi suicidaria:
l'epidemiologia dei suicidi è ricca di eccezionalità
attuative autosoppressive. Si potrebbe quindi, sulla scorta
dei punti indicati, ipotizzare un suicidio "impulsivo",
da stress acuto, da acting-out, con la realizzazione di una
sindrome suicidaria estroversiva.
Passo ora ad elencare i punti che fanno sospettare sulla realtà
dell'evento suicidario.
1) Francesco Borromini era persona religiosa e molto devota:
"prende il giubileo" qualche giorno prima di morire,
ha in capo al letto le "candele benedette". C'è
nella sua cultura e nelle sue convinzioni l'idea dell'assoluta
indisponibilità della vita, che solo al Signore appartiene.
2) Non risultano nella biografia del Borromini precedenti
tentativi di suicidio né scompensi psicopatologici
(ad esempio depressivi); né si sarebbero avuti suicidi
tra i suoi familiari.
3) Per indicare con probabilità un suicidio "d'impulso",
sulla base degli elementi a favore dell'autosoppressione è
importante non solo reperire nella biografia del soggetto
fatti violenti e comportamenti aggressivi ma anche evidenziare
nella sua personalità certi tratti "psicopatici",
come impulsività, imprudenza, iperreattività,
instabilità dell'umore e dell'affettività, o
istrionici, come dipendenza, tendenza alla manipolazione,
teatralità, eroicità, vendicatività,
o ricerca del paradosso. Nella storia del Borromini non solo
non sono rinvenibili comportamenti violenti, ma egli è
anche, caratterialmente, descritto come metodicamente laborioso,
riflessivo, introverso con una "costruzione" artigianale
e scrupolosa della tecnica e della creatività, che
affonda le radici nella solida concretezza delle sue umili
origini.
4) Nell'ipotesi di un suicidio piuttosto di tipo introversivo,
cioè più meditato, interiore, "narcisistico",
depressivo, denotato, se così si può dire, da
stringente "coerenza" intrapsichica, l'iter attuativo
avrebbe dovuto presentarsi diversamente. Basti far rilevare
il fatto che l'azione autosoppressiva interrompe la stesura
del testamento: ora quella supposta "logica" suicidaria
prevede in genere che ci si suicidi dopo l'accurata scrittura
delle disposizioni testamentarie.
5) Le perplessità sulla inconsueta modalità
"tecnica" dell'azione letale sono da sottoscrivere
e potrebbero suggerire la possibilità che la medesima
azione possa essere stata perlomeno "aiutata". È
anche singolare che il chirurgo Molinari invece di parlare
delle condizioni cliniche, riporti solo il racconto del morente
come se lo scopo principale della sua relazione fosse quello
di testimoniare e accertare il suicidio.
6) L'indisponibilità di un testamento scritto non può
che far sorgere dubbi o sospetti data anche la rilevanza dei
beni posseduti da Borromini.
Tutte le considerazioni ora proposte in ordine all'indagine
suicidologica, pur nei limiti (ripeto sempre cospicui e ancora
maggiori per la lontananza dal sentire attuale) che ogni "autopsia"
psicologica presenta, se non portano a mio avviso a un giudizio
probante, sono comunque in grado di sostenere t ipotesi del
dubbio sull'attendibilità suicidaria dell'evento che
condusse a morte il Borromini. Quale commento a una relazione
scientifica così altamente esaustiva? Il dubbio è
parte della Storia. Ci conforta chiudere quest'ultimo capitolo
pensando che tra le sue letture ci sia stata anche quella
famosa dell'"Inno al Fuoco" di Proclo. Borromini
ha sempre disegnato corone fiammate e fiaccole nelle chiese,
sopra le cupole e sulle cuspidi. Prima di morire aveva chiesto
che "... una volta gli siano accese in ragione della
seppellitura mille fiaccole"
Psichiatria & Arte - ARETÆUS news
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Inno ad Elios
Ascolta, o re del fuoco intellettuale,
Titano dalle briglie d’oro,
ascolta, dispensatore di luce, signore che possiedi la chiave
della fonte della vita, e che sui mondi materiali
dall’alto versi un copioso fiume d’armonia.
Ascolta, giacché tu, che hai sede nel mezzo al di sopra
dell’etere,
e tieni il cuore dell’universo, circolo luminosissimo,
tutto riempisti della tua provvidenza, eccitatrice della mente.
I pianeti, cinti dalle tue fiamme perennemente vivide,
sempre, con incessanti e infaticabili movimenti circolari,
mandano a favore di quanti vivono sulla terra stille vitali,
e ogni generazione, sotto i vostri ricorrenti corsi,
rigermina secondo la legge delle Ore.
Il fragore degli elementi fra loro cozzanti cessa,
quando tu, che discendi da padre ineffabile appari.
A te cede il coro inconcusso delle Moire;
che torcono all’indietro il filo del destino ineluttabile,
quando lo vuoi; giacché sommamente sei potente e vastamente
signoreggi.
Balzò fuori di vostra catena Febo, signore della sacra
melodia;
divinamente cantando, al suono della cetra,
placa l’enorme flutto della generazione dal cupo muggito.
Dal diffondersi della tua luce, che allontana i mali,
nacque, dono soave, Peone, e sua salute diffuse,
dopo aver riempito il vasto universo di balsamica armonia.
Te cantano il glorioso padre di Dioniso;
e te Evio-Attis negli ultimi recessi della materia,
te delicato Adone altri chiamarono nei loro canti.
E paventano la minaccia della tua agile sferza
i demoni, agli uomini funesti, di cuor feroce,
che alle nostre infelici anime ordiscono danni,
affinché sempre nell’abisso della vita dal cupo
fragore
soffrano sotto il peso del corpo, bramosi del giogo,
e dimentichino la dimora eccelsa e splendente del padre.
Ma tu, ottimo fra gli dei, coronato di fuoco, nume beato,
immagine del dio creatore di tutte le cose, tu, che le anime
elevi,
ascolta, e purificami da ogni peccato per sempre;
e la preghiera di molte lacrime accogli, e liberami
dal peccato che dà dolore, e tienmi lontano dalle espiazioni,
placando l’occhio vigile di Dike che tutto vede.
Ad opera del tuo aiuto sempre salutare
concedi all’anima mia la luce purissima e beatissima,
una volta dispersa la caligine, funesta ai mortali, prodotta
da veleno
e al corpo il magnifico dono d’una perfetta salute.
Fa’ ch’io diventi famoso e che, secondo il costume
dei miei predecessori
possa aver cura delle Muse dalle amabili trecce.
Non turbato benessere, che nasce da amorosa pietà,
se tu vuoi, concedimi, o signore, giacché facilmente
puoi compiere.
Tu, infatti, possiedi saldo ed infinito vigore.
Ma se, per i fusi delle Moire, rotanti
sotto i fili tratti dai movimenti degli astri qualcosa di
funesto
ci colpisce, distòrnalo con la forza dell’impeto
tuo.
PROCLO - Il più importante rappresentante
del neoplatonismo ateniese. Nato nel 412, studiò ad
Alessandria, fu poi allievo di Plutarco e Siriano, al quale
successe nella direzione della scuola di Atene, che tenne
sino alla morte nel 485.
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