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i Tesori di Roma
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IL RIONE CELIO

| Santa Maria in Domnica | San Tommaso in formis | San Gregorio Magno | SS. Giovanni e Paolo | Santo Stefano Rotondo

Roma Villa Celimontana
Roma Villa Celimontana
Roma Villa Celimontana
Roma Panorama da Villa Celimontana
Roma Villa Celimontana

Villa Celimontana 1

Villa Celimontana 5

Villa Celimontana 2

Villa Celimontana 8

Villa Celimontana 6

Fontana del Fiume

Fontana del Fiume 10

Fontana del Fiume 14

Villa Celimontana o Mattei

Contigua a questa chiesa è la villa, che fabbricò il duca Ciriaco Mattei con animo regio. Vi si vede un gran numero di sepolcretti con le loro iscrizioni, e di statua, e altre sculture antiche. Il casino architettato da Giacomo del Duca è pieno pur di statue, e busti, e colonne rarissime con una tavola di porfido verde assai stimabile. Singolari sono due teste una di Bruto, e l'altra di Porzia, e quella di Cicerone, di cui molto si parla nel tom. I del Museo Capitolino: e nel giardino la testa più che colossale di Alessandro Magno, avanti alla quale è eretto un obelisco con geroglifici Egizi. Sonvi anche alcune statue moderne di Pietro Paolo Olivieri. Ma a descrivere tutti questi preziosi marmi si sarebbe un libro a parte, oltrechè alcuni di essi sono stati trasferiti nel palazzo di Roma a santa Caterina de' Funari pochi anni indietro.
La sistemazione del parco è del 1500 a cura della famiglia Mattei. Lussureggiante vegetazione di conifere, palme, lecci e allori che formano suggestive gallerie. Il Parco è disseminato di sculture, statue, cippi, colonne e altri marmi di scavo. Attrezzature: giochi per bambini, campi polivalenti.

Recuperata la testa rubata dalla fontana
Tornerà a marzo a Villa Celimontana la testa della divinità fluviale della Fontana del Fiume, rubata nella notte tra il 17 e il 18 dicembre 2005. Realizzata in peperino quattro secoli fa, l'opera è stata recuperata e sistemata in un magazzino attrezzato - e soprattutto sorvegliato -all'interno del parco: all'inizio del 2007 sarà restaurata e ricollocata dov'era, cioè sulla sommità dell'esedra di coronamento del ninfeo, sul terrazzamento meridionale intermedio di Villa Celimontana.
LAVINIA DI GIANVITO
Corriere della Sera (Roma) 08/09/2006

 

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Pappagalli di Villa Celimontana 15

Roma Chiesa di Santa Maria in Domnica

Chiesa di Santa Maria in Domnica 1

Chiesa di Santa Maria in Domnica

È l' unica che abbia mantenuto, lungo il volgere di tanti secoli, l' antica denominazione precostantiniana dominicum. È tradizione non dispregevole che ivi fosse stata la casa di s. Ciriaca. Volgarmente la chiesa fu chiamata della navicella, da una piccola nave di marmo eretta già sulla propinqua piazza, e che Leone X fece toglier via ponendone un' altra in sua vece, copiata assai male dall' antica, quel si vede anche al presente. Il Severano, parlando dell' antica navicella, fa supporre che fosse qui posta dal capitolo di s. Pietro in Vaticano, quasi come segnale di dominio, imperocchè esso capitolo possedeva questa parte del Celio, e particolarmente la chiesa di s. Tommaso in Formis. Il Martinelli poi dice che la navicella suddetta fu posta in questo luogo a causa di un voto. Comunque sia, certo è che non s' incontrano documenti anteriori al secolo XVI, i quali chiamino la contrada col nome della Navicella. In una bolla di Onorio IV il colle in cui sorge questa chiesa è detto Mons Maior, nei regesti di Urbano V la chiesa è corrottamente appellata de dopnea.
La chiesa di cui si parla, fu la prima tra le Diaconie, e però ivi risiedeva l' arcidiacono. Il Libro pontificale nella vita di Pasquale la dice olim costructam; soggiunge poi, che il medesimo pontefice, vedendola presso a ruinare, la riedificò dalle fondamenta, ampliandola ed ornandola, fra le altre cose, con un bel musaico nell' abside che fu compiuto nell' 817. Leone X, quando ancora era cardinale, cioè nel 1500, la rifabbricò co' disegni di Raffaello, e forse con quelli di Bramante: il portico però, tutto di travertini, venne eseguito in appresso con architettura di Michelangelo, secondo si stima dagl' intendenti.
Per tre porte entrasi nel tempio, le quali rispondono alle tre navi da cui è formato, divise da diciotto colonne di granito, pregevoli molto per la bellezza e rarità loro: ai lati però dell' abside o tribuna, veggonsi due colonne di porfido. La nave di mezzo ha un palco, o soffitto, costruito per comandamento del cardinale Ferdinando de' Medici, nel pontificato di Sisto V: il cardinale stesso rinnovò ed ornò il pavimento. Le navi laterali sono a volta, così avendo ordinato il suddetto Leone X. Il fregio che ricorre attorno alla nave maggiore viene attribuito da molti a Giulio Romano, aiutato da Pierin del Vaga, ma sonovi di quelli che nella esecuzione riconoscono la mano di quest' ultimo pittore, e però pensano che il primo non avesse parte che alla invenzione dell' opera. Per cinque gradini si ascende al presbiterio, ovest' è l' altare, rivolto verso la navata grande, e quivi si veggono degli avanzi d' opera cosmatesca nel pavimento: il ricordato presbiterio ha nel mezzo un seggio sopra tre gradini, ed all' intorno sonovi i sedili. Nel catino della tribuna si osserva il musaico fatto eseguire da Pasquale I, fra l' 817 e l' 821. L' abside è opera di Pasquale I che restaurò la chiesa fatiscente. Il corpo dell' edificio è rimasto quale fu ricostruito nel nono secolo fra l' 817 e l' 821. Nel sott' arco è il nome monogrammatico PASCHALIS. Prima di Pasquale, la chiesa era dedicata alla Vergine, avea nome Domnica ed era diaconia, come si legge in Leone III. La sua origine è oscura, ma si è detto esser tradizione che qui avesse la sua casa s. Ciriaca, il che si legge anche negli atti di s. Lorenzo, ed era luogo di convegno dei cristiani. Ivi presso era la stazione della coorte V dei vigili. Giovanni dei Medici, poi Leone X, la restaurò.
Nella fascia quadrilunga sull' arco si vede il Salvatore seduto sull' empireo tra due arcangeli, corteggiato dai dodici apostoli; s. Pietro ha le chiavi d' oro, Paolo le divine scritture, nei due fianchi un profeta per ciascuno lato stende la destra verso la prima scena dell' abside: nel centro di questa regna la beata Vergine col divin Figliuolo sulle ginocchia, corteggiata da schiere infinite di angeli. Un bianco manipolo pende alla sinistra della Vergine, segno d' onore, senza il quale i ministri non poteano accostarsi all' altare; lavoro che somiglia incirca a quello che si osserva in s. Cecilia, ed è dell' epoca stessa, cioè del nono secolo; esso fu ristorato d' ordine di Clemente XI. La chiesa fu anche collegiata: ma Clemente XII, nel 1734, la diede ai monaci greci-melchiti della congregazione soarita che si dividono in Baladiti ed Aleppini. Nel pontificato di Pio VII il card. Raffaele Riario Sforza titolare fece molti lavori di restauro in questo tempio. Il titolare defunto da pochi anni, card. Consolini, la fece tutta restaurare nel modo come si vede.

Roma Basilica dei SS. Giovanni e Paolo

Chiesa di San Tommaso in formis 1

Roma Arco di Dolabella

Arco di Dolabella 1

Chiesa di San Tommaso in formis

Sorge ancora sul Celio presso il fornice di Silano e Dolabella. Fu già una delle venti abbazie privilegiate di Roma. Dal papa Innocenzo III fu concessa al beato Giovanni de Matha, il corpo del quale fu venerato in quel luogo fino all' interregno di Innocenzo X, così il Bruzio, nel quale tempo si dice fosse tolto da alcuni dell' ordine dei Trinitari, altri dicono di no, ma certo fu tolto e condotto in Ispagna.
Nella nota bolla d' Onorio III, diretta a questa chiesa nel 1217, si concede alla medesima: portam integram quae libera sive latina dicitur cum omni portatico suo et redditum qui a transeuntibus solet dari. Urbano VIII la tolse ai padri Trinitarj della Redenzione, secondo quel che afferma il Terribilini, per aver essi mandato secretamente in Spagna il corpo di s. Giovanni de Matha.
La chiesa fu chiamata anche dei ss. Michele Arcangelo e Tommaso e vve ricostruita nell' anno 1663 dal capitolo vaticano.
Ebbe un tempo anche annesso un grande ospedale pei poveri. Fu, dopo l' abbandono dei padri del Riscatto, eretta in commenda cardinalizia, e ultimo commendatore ne fu il card. Napoleoncello Orsini, il quale, essendo morto Bonifacio IX nel 1395, la unì al capitolo di s. Pietro in Vaticano, che in essa prese ad uffiziare il 21 dicembre, giorno festivo di s. Tommaso.
Questa chiesa sembra venisse eretta almeno nel secolo XI e fu restaurata da Bonifacio VIII, Urbano VI ed Alessandro VII. Da ciò risulta che le notizie del Bruzio e del Terribilini in ordine al tempo del collocamento del corpo di s. Giovanni de Matha e della espulsone dei Trinitarj dal luogo sono, o del tutto o in parte, prive di fondamento storico. Presso la chiesa, a sinistra, restano gli avanzi del gran monastero che fu culla dell' ordine dei Trinitarj della Redenzione e si vede la porta monumentale del medesimo convento e ospedale, dei tempi d' Innocenzo III, sulla quale v'ha in musaico il Salvatore seduto con due schiavi, l' uno negro e l' altro bianco, ai lati, sciolti dai loro ceppi. Sull' arco della porta si legge l' epigrafe:
† MAGISTER IACOBVS CVM FILIO SVO COSMATE FEC. HOC OPVS.
Nella cornice del musaico, in lettere d' oro, sta scritto:
† SIGNVM CRVCIS SANCTAE TRINITATIS REDEMPTIONIS CAPTIVORVM.
Questi fu capo della scuola detta appunto dei Cosmati marmorari romani, fondata nel secolo XII, chiamati in solenne epigrafe di quel tempo magistri doctissimi rni e che lavorarono specialmente nelle chiese e cattedrali dell' Italia meridionale. Dietro l' altare attuale v' ha ancora l' antica abside che dovette essere certamente ricoperta di pitture, ma che fu posteriormente ricoperta di calce.
Sul fornice di Dolabella si venera una celletta nella quale dimorò il santo fondatore dell' ordine dei Trinitari


Roma Chiesa di San Gregorio Magno

Chiesa di San Gregorio Magno 1

Chiesa di San Gregorio Magno

In questo sito, che è sul monte Celio, ebbe la casa paterna s. Gregorio Magno, che la consagrò a s. Andrea Apostolo, benchè ora sia detta di s. Gregorio. Il card. Scipione Borghese vi fece fare la facciata, e un nobilissimo portico tutto di travertini con l'architettura di Gio. Battista Soria. Quivi stanno li monaci Camaldolesi.
Nel Claudio avanti la chiesa sono sei belle colonne di ordine Jonico di marmo paonazetto. Si vede a mano dritta un deposito del Riparoli, dove è un bassorilievo di metallo, che rappresenta l'entrata di Cristo in Gerusalemme di Lorenzetto scultore con belli puttini, e termini. Quì sono stati trasportati alcuni altri depositi, che erano nella chiesa vecchia, e quello de' Signori Crescenzj è architettura di Onorio Lunghi. Nell'anno 1734 fu terminata la nuova fabbrica di questa chiesa incominciata sotto Clemente XI con architettura di Francesco Ferrari. La volta fu dipinta da Placido Costanzi; la tavola del primo altare a mano destra è di Giovanni Parcher Inglese, ove è rappresentata s. Silvia; la tavola del secondo è di Francesco Mancini, ove è s. Pier Damiani: nel terzo il s. Romualdo è di Francesco Fernandi detto d' Imperiali. Nella cappella di s. Greg. è la tavola rappresentante il Santo a sedere, e si crede opera di Sisto Badalocchi. La tavola dell'altar maggiore è di Antonio Balestra Veronese, e questo altare colla tribuna fu nel 1734 ornato a spese del Card. Quirini, che nel 1745 fece fare anche il pavimento. Entrando nella navata sinistra, la Concezione al primo altare è del detto Mancini: la Madonna, con la B. Castora, B. Pietro, B. Ridolfo, e B. Forti Camaldolesi è di Pompeo Battoni, e il s. Michele nell'ultima è di Gio: Batista Ponfreni allievo del sig. cavalier Benefial.
Dalla parte dell'Evangelio dell'altar maggiore è una porta, che conduce ad una cappella dedicata a s. Gregorio, fatta fare dal Cardinal Antonio Maria Salviati con architettura di Francesco da Volterra, il quale per esser morto non avendo terminato il disegno, Carlo Maderno da Como la perfezionò. Nel quadro dell'altare è dipinto a olio s. Gregorio orante alla B. Vergine, con Angioli, e puttini, con gran maniera condotto da Annibale Caracci, ed è una delle insigni tavole di Roma. Tutta la cappella, e la volta sono dipinte ad affresco da Gio: Battista Ricci a Novara.

Roma Basilica dei SS. Giovanni e Paolo

Basilica dei SS. Giovanni e Paolo 2

Roma Basilica dei SS. Giovanni e Paolo

Basilica dei SS. Giovanni e Paolo 3

Roma Basilica dei SS. Giovanni e Paolo

Basilica dei SS. Giovanni e Paolo 7

Clivio Scauri di fianco alla basilica dei Santi Giovanni e Paolo al Celio.

Chiesa di SS. Giovanni e Paolo

Questa chiesa col monastero, che è nel medesimo monte Celio, fu edificata anticamente da s. Pamachio monaco nella casa dove abitarono li suddetti Santi. Fu ristaurata da molti Cardinali, e fra gli altri il Card. Niccolò Pelve vescovo di Sens, fece fare il coro con due altari isolati.
Il Card. Fabrizio Paolucci Tiene rifece tutta la chiesa, e le cappelle; e li PP. della Missione di monte Citorio al presente la posseggono per li santi Esercizj. l'architettura è d' Antonio Canavari: i quadri delle tre prime cappelle a man dritta sono di Aureliano Milani, e quello della quarta cappella è del Cav. Marco Benefiali. l'altar maggiore isolato è disegno di Francesco Ferrari, e nel fondo della tribuna sono tre quadri ad affresco: Quello di mezzo è di Giacomo Triga, quello a man manca del Piastrini, e quello a destra di Pietro Barbieri. I due Angioli sopra, fatti di stucco sono di Pietro Bracci. Nella volta della Tribuna il Cristo grande a sedere che dà la benedizione, con quantità d' Angeli, è opera a buon fresco lavorata da Niccolò Circiniano dalle Pomarance. Etrando nella navata sinistra il quadro con s. Vincenzo de' Paoli è di Simone Lekowitz Polacco, e l'Assunta nel secondo è del Torelli, e il s. Paolo, e il s. Giuseppe negli altri due sono del detto Milani. I due busti nel ricetto della sagrestia uno d' Innocenzio XII, e l'altro del Card. Paolucci sono del detto Bracci. Le trenta colonne di differenti marmi pellegrini sono da considerarsi; e fra queste signolari si reputano le due di marmo nericcio, che sostengono l'organo sopra la porta interna della chiesa.

È l' antichissimo titolo che sorge sulla sommità del Celio, a sinistra dell' antico clivo di Scauro. Nei secoli VI e VII era assai frequentato dai pii romei, e gli autori anonimi degli itinerarj dei cimiteri romani sono tutti unanimi nel ricordarsi i martiri Giovanni e Paolo riposanti in quella basilica. Negli atti dei due martiri si legge che essi furono uccisi nella persecuzione dell' Apostata e nascostamente sepolti nella loro casa paterna, la quale poi fu trasformata in chiesa; presso quelle sacre reliquie fu più tardi deposto un gruppo di altri santi, cioè Crispo, Crispiniano e Benda.
Se la compilazione di quegli atti non ci è pervenuta nella forma primitiva e genuina, ma è lavoro di tempo assai posteriori, tuttavia non si doveva con leggerezza rifiutare quanto essi riferivano sulle circostanze principali del martirio, sulla casa dei due santi, e sull' origine del titolo.
Come si è infatti accennato, fino dal secolo VI, per sincere testimonianze, risulta che si veneravano in quella basilica i corpi dei suddetti santi. Ora, poichè le grandi traslazioni dei corpi dei martiri dai cimiteri alle basiliche e chiese interne della città, non erano ancora in quell' epoca incominciate, e i sepolcri dei martiri rimanevano ancora chiusi nelle catacombe; egli è perciò a credere che veramente i nostri martiri nella loro basilica si ritrovassero per le cagioni surriferite dagli atti loro. Ecco le parole precise dell' itinerario Salisburgense: Intra urbem in monte Coelio sunt martyres Iohannes et Paulus in sua domo quae facta est ecclesia post eorum martyrium, et Crispinus et Crispinianus et s. Benedicta. Nell' itinerario Salisburgense si dice che i corpi dei predetti santi quiescunt in basilica mana et valde formosa.
Alla fine del secolo IV è da attribuire la trasformazione della chiesa e l' erezione del titolo per opera di Bisanzio e Pammachio suo figlio, onde fu detta titulus Pamachii o titulus Bizantis, ricordato in uno dei sinodi romani sotto il papa Simmaco. Ma il Panvinio accolse l' opinione che questo titolo appartenesse già alla chiesa di s. Sabina, il Bosio invece lo attribuisce a questo detto pure di Pammachio o dei ss. Giovanni e Paolo al Celio.
Nella chiesa si conserva, in due tavole di marmo affisse alle pareti in fondo alla nave destra, un antichissimo diploma pontificio di molta importanza anche per lo studio dell' agro romano, poichè vi è designato cogli antichi nomi un novero di fondi donati a quella basilica. Il diploma è diretto Deusdedit cardinali et Iohanni archipresbytero tituli ss. Iohannis et Pauli. In quel diploma sono nominati due personaggi, un Constantinus servus servorum Dei ed un Gregorio papa che confermò quella dote.
Prima dei restauri di Leone III, la chiesa fu rinnovata da Simmaco nel V secolo. Il papa Niccolò V l' affidò ai padri della congregazione del b. Colombini da Siena, detti i Gesuati, soppresso quell' ordine, fu da Clemente X affidata ai Domenicani ibernesi, i quali vi rimasero fino al pontificato di Innocenzo XII, e finalmente Clemente XI vi chiamò i pp. Pasionisti. La chiesa ha nell' ino perduto il suo tipo primitivo basilicale, ma nelle mura esterne, specialmente verso il lato della salita di Scauro, restano costruzioni del secolo IV, dell' epoca cioè dei ss. Giovanni e Paolo ed anche anteriori.
Nell' archivio vaticano ho trovato le seguenti notizie relative all' epoca in cui la possedeano i Gesuati:
"La chiesa è sostenuta da 21 colonne che in tre navi la dividono, e 2 altre colonne assai belle sostengono il coro modernamente fabricatovi dall' Illustrissimo Laus mentre era di questa chiesa titolare: il pavimento della nave di mezzo è in vari luoghi di maghi lavori intarsiato. L' altar maggiore tutto guarnito di marmo verde, ha sotto la confessione; di sopra il tabernacolo come anche altre chiese antiche sostenuto da 4 colonne. La tribuna è nella parte più bassa incrostata di tavole di marmo distinte con fregi di pietre di fini colori, et alquanto più sopra una cornice pur di marmo che gira tutto il semicircolo, e poco più sopra un ordine di colonnette che similmente va interno. La cavità della tribuna è oranata di figure moderne. Il resto della chiesa è tutto imbiancato, quella porta che è a mano dritta dell' altar grande vi fu da principio e per esservi la salita difficile papa Simmaco vi fece le scale. Nella nave principale sono incontro all' altro due altari di vaghe pietre e colonne ornati. Spatio di marmo chiuso per le cappelle de' cantori. Guglielmo Hencourt card. thodesco titolare di questa chiesa la restaurò come mostrano l' arme nella facciata della chiesa sotto quella di Adriano e finalmente Laus l' ha ridotta in quella forma che oggi si vede.
Il pavimento è del secolo XIII, d' opera cosmatesca; alla destra della nave principale si scorge una pietra che serve ad indicare il luogo ove, secondo la trad, furono trucidati i santi germani eponimi del luogo.
Dietro l' altare del sacramento, in fondo alla nave sinistra, il p. Germano poscia ha trovato sotto l'intonaco gli affreschi che adornavano le pareti, rappresentanti le imagini del Salvatore e degli apostoli e di altri santi: sono pitture del secolo XII.
Tutti conoscono le insigni scoperte fatte testè sotto quella basilica dal ch. p. Germano passionista. Egli ha ritrovato la casa stessa abitata dai ss. Giovanni e Paolo, e il luogo ove furono uccisi, con gli avanzi degli oratorî che nel medio evo vi furono costruiti. L'umile e dotto religioso ha restituito così a Roma cristiana una delle sue più insigni memorie che si credevano assolutamente perdute, ed insieme ha dimostrato che non sono leggenda, ma storia, la persecuzione di Giuliano e gli atti dei due martiri. La casa si trovò sotto il pavimento dell' attuale basilica, le cui camere, dall' ignoranza degli ultimi secoli, erano state ride a sepolture, e le pareti, già adorne di affreschi, ricoperte di calce.
Di questa preziosa abitazione, che fu teatro dell' eccidio dei proprietari l'anno 362, rimane soltanto nel pavimento della chiesa una lapide del secolo XVI, sulla quale si legge:
LOCUS MARTYRII SS. IOANNIS ET PAULI IN AEDIBUS PROPRIIS.
Era l' ultimo ricordo sopravvissuto all'abbandono di quella celeberrima casa di martiri. Posto dunque mano agli scavi, il ch. p. Germano ritrovò parecchie stanze adorne di affreschi del secolo quarto ove comparivano, con eccezione unica fin qui, figure ed imagini che si erano solamente vedute nei cimiteri romani, cioè la Orante, il Mosè, ecc. Era quello il Tablinum della casa: a poca distanza del medesimo, ad un piano superiore, si scoprì una piccola camera che si riconobbe per il locus martyrii. Il fondo di questa piccola camera era stato chiuso da un muro, nella cui parete era stata aperta la fenestella confessionis, e ai lati di quella parete sono dipinte due scene: l' una della cattura dei martiri, l' altra della esecuzione; ivi si vedono tre martiri inginocchiati e bendati intanto che gli apparitores stanno per troncare ai medesimi il capo. Sotto la finestrella si vede uno dei due martiri eponimi (l' altra imagine è perita); intorno al martire germogliano rose e palme, e due fedeli prostrati ai suoi piedi umilmente glie li baciano: è una scena d'adoratio. Il gruppo laterale rappresenta il supplizio dei santi Crispo, Crispino e Benda che furono uccisi dopo i santi Giovanni e Paolo come narrano i loro atti. Le camere che corrono sulla linea dell' edifizio che guarda il lato sinistro del Clivo di Scauro appartengono alla parte postìca della casa: anzi il p. Germano ha trovato che di quel lato rimane intera la facciata, coi suoi due piani e le finestre, che fu lasciata intera allorchè venne edificata la basilica.
Alcune di quelle camere furono lasciate ornate di pitture nel medio evo: fra quelle v' ha un gruppo d' imagini rappresentante il Salvatore fra gli angeli Michele e Gabriele e i ss. Giovanni e Paolo accompagnati dalle loro epigrafi. Recentemente vi si sono trovati anche affreschi ritraenti scene della vita del Salvatore, fra le quali primeggia quella della Passione. Il Crocifisso è vestito di colobio; sulle braccia della croce si vedono i busti di quattro angeli; ai piedi della medesima è il soldato che lo ferisce colla lancia; dalla ferita spicciano goccie di sangue, di cui è cosperso tutto lo spazio e cadono anche sul capo del soldato. Vi si vede la Vergine, Maria Salome e un altro soldato: in basso a destra si vedono i busti di tre soldati che gettano le sorti sulla tunica del Salvatore, ivi si legge l' epigrafe: SVPER BESTEM MEA MISERVNT SORTE. È la più completa scena di questo genere fin qui scoperta e anteriore, a mio credere, al mille.
Poi sono venute in luce anche le stovaglie domestiche usate dai santi ed alcune anfore vinarie contrassegnate col monogramma di Cristo secondo l' uso dei fedeli del secolo quarto. Una delle stanze presenta decorazioni anteriori alla conversione dei due proprietarj, o almeno dell' epoca in cui ledco appartenne a possessori pagani: ciò dimostrasi dallo stile di qualche musaico rappresentante una danza di eroti.
Dopo le grandi memorie trovate in questo scorcio di secolo nella Roma sotterranea, le scoperte del p. Germano tengono naturalmente il primo luogo, e Roma cristiana deve esser grata all' illustre religioso per l' importante riacquisto ch' egli ha fatto d' uno dei suoi più celebri santuari.

Roma Chiesa di Santo Stefano Rotondo

Chiesa di Santo Stefano Rotondo 1

Chiesa di Santo Stefano Rotondo

Poco distante è un tempio antico di forma rotonda, che da Simplicio I l'anno 467 fu dedicato a Stefano Protomartire, e da Niccolò V ristorato, per esser quasi del tutto rovinato. Oggi è titolo di Cardinale, e ne ha cura il collegio germanico; e nel mezzo vi si vede un ciborio grande assai, e maraviglioso, e antico fatto con buona architettura.
La strage degl'Innocenti, e la Madonna con li sette dolori, nelle due facciate dell'altar maggiore, sono di mano d'Antonio Tempesta. Diverse istorie, e martirj di varj Santi furono con buona pratica condotti da Niccolò Pomarancio, e le prospettive, e i paesi sono di Matteo da Siena, in questo genere valent' uomo. Queste istorie sono 32, e furono intagliate in rame, o stampate da Bartolommeo Grassi con le spiegazioni di Giulio Roscio da Orte. Si regge questo tempio sopra due ordini di colonne Corintie massicce, poste in due giri concentrici. Nel giro esteriore sono 32, e nell'interiore 20.

Le schede informative sono tratte da
Descrizione delle Pitture, Sculture e Architetture esposte in Roma di Filippo Titi
stampato da Marco Pagliarini in Roma 1763

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