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VIA DEL CORSO

16 dicembre. Il Corso, verso cui l'odor di cavolo marcio e di cenci che penetra nelle case dalla strada mi ha reso ingiusto per due anni, è forse la strada più bella dell'universo.
Un sentiero di montagna può essere delizioso per il panorama che offre; il Corso è bello per la sua architettura di pietra. I palazzi che lo fiancheggiano sono ricchi di « stile », superiori a quello di via Balbi a Genova, sublime. A Londra, Regent Street meraviglia, ma non piace, perché è priva di « stile ». Vi si incontrano solo dei barbari ricchissimi, primi al mondo per la loro steam-engine e il loro jury, ma sensibili solo alla triste malinconia dell'architettura gotica o, e in fondo è la stessa cosa, al monologo di Amleto sul teschio di Yorck.
Un'idea del Corso può darla, a Parigi, la via Saint-Florentin quando vi si entra da via Saint-Honoré e si guarda verso la terrazza delle Tuileries.

Tutti i funerali di una certa importanza passano per il Corso sul far della notte (alle ventitré e mezzo). Illuminata da cento ceri vi ho visto passare, su una barella, con la testa scoperta, la giovane marchesa Cesarini-Sforza: uno spettacolo atroce, che non dimenticherò mai; ma che ci induce al pensiero della morte, o piuttosto che ci colpisce nella immaginazione e perciò, dunque, utilissimo a chi regna su questo mondo facendo leva sulla paura dell'altro.

Disgraziatamente il Corso è stretto e umido, press'a poco come via Provence a Parigi; a levante è protetto da una linea di colline. A palazzo Chigi, anche se con la sua imponente mole contribuisce a mantener viva la memoria del famoso banchiere contemporaneo di Raffaello, pure non manca qualche difetto. Quando un uomo di affari, chiunque esso sia, ha la fortuna di impiegare i migliori scultori e architetti del suo tempo, diviene immortale. Se a Parigi Samuel Bernard avesse fatto costruire una copia esatta di palazzo Farnese o di palazzo Barberini, sarebbe oggi molto più celebre che non per i bei versi di Voltaire che lo riguardano, soprattutto se la costruzione fosse stata elevata all'angolo fra i boulevard: e via Mont-Blanc, dando così carattere a tutto il quartiere.
Siamo andati a vedere a palazzo Chigi alcune buone statue greche e cinque o sei quadri del Carracci, Tiziano e Guercino. Di solito gli stranieri vanno a visitare palazzo Chigi nei giorni di pioggia. I miei amici sono rimasti vivamente impressionati da due piccole opere del Bernini che rappresentano la Morte e la Vita. Un bei putto di marmo bianco dormiente su un cuscino rappresenta la vita. Di fronte, su un cuscino nero, è poggiato un teschio, anch'esso di marmo bianco. Tutto ciò perfettamente cristiano: gli antichi avrebbero avuto orrore di tale spettacolo (1).
Sulla bella piazza vicina si innalza la Colonna Antonina, composta di ventotto blocchi di marmo bianco. Misura centoquarantotto piedi di altezza e ha un diametro di undici piedi e mezzo. Una scomoda scaletta porta fino alla cima. L'antico piedistallo della colonna è ancora interrato per la profondità di molti piedi. Quel grand'uomo che fu Sisto v, nel 1589, la fece restaurare e vi fece porre in cima un San Paolo di bronzo dorato.

I bassorilievi del fusto raccontano le imprese di Marc'Aurelio contro i Germani: si tratta di una mal riuscita imitazione di quelli della colonna Traiana. Neppure la forma della colonna è bella: sembra un tubo di stufa (espressione da artista). L'insieme della piazza è invece perfetto. Mentre attraverso i nostri occhialini esaminavano la statua di san Paolo, grand'uomo, successore di un altro grande quanto lui, ma per la sua bontà, è arrivata la posta dalla Francia e tutto il nostro interesse per l'antichità è caduto di colpo. Ci siamo precipitati al cancelletto dove, per carità (a Roma tutto è per carità), siamo riusciti ad ottenere le nostre lettere cinque minuti prima degli altri. Abbiamo divorato i giornali parigini fino agli annunci dei cavalli da vendere e degli appartamenti da affittare.

(1) Vedere nella galleria di Firenze il bei Genio della morte. Canova, quantunque religiosissimo, si ribellò a queste grossolanità, che son tanto più esecrande quanto più appaiono vicine al vero. Il guaio è che fanno un grande effetto.

 

tratto da "Passeggiate romane" di Stendhal. Ed. LATERZA 1973


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