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Accanto all'oratorio dei Quaranta martiri è l'ingresso
ad una chiesa molto più grande e molto più ornata,
Santa Maria Antiqua, trasformazione di un edifizio monumentale
della prima età dell'Impero, la biblioteca annessa
al tempio di Augusto.
Nei tempi repubblicani, sotto il Palatino all'incrociamento della
Nova Via e del Vicus Tuscus probabilmente sorgevano case private.
Tiberio consacrò ivi, dietro il tempio dei Castori nel Vicus
Tuscus, un tempio in onore di suo padre divinizzato (templum divi
Augusti). L'imperatore Caligola, sulle cui monete il tempio
apparisce effigiato con sei colonne corinzie sulla fronte e riccamente
ornato di statue, se ne servì per appoggiarvi uno dei piloni
del famoso ponte costruito per congiungere il palazzo imperiale
col tempio di Giove Capitolino. Egli stesso poi allorchè
ingrandì il palazzo di Tiberio fino al Foro, fece del tempio
dei Castori il vestibolo del palazzo. Nell'incendio neroniano
il tempio di Augusto fu distrutto; Domiziano lo restaurò
costruendovi dietro un santuario in onore di Minerva, dea per la
quale egli aveva un culto speciale. "Presso Minerva, dietro
il tempio del Divo Augusto" ogni anno, come attestano numerose
iscrizioni, erano affisse le grandi tavole di bronzo con i nomi
di quei soldati delle coorti ausiliarie, delle armate ecc., i quali,
dopo aver compiuti gli anni prescritti di servizio, ottenevano il
loro congedo ed erano ricompensati col diritto di cittadinanza,
del connubio, ecc. E non soltanto questo "archivio della cancelleria
militare" stava sotto la protezione di Minerva, ma anche una
biblioteca aperta da Tiberio e rinnovata dopo l'incendio da
Domiziano. Il tempio stesso fu restaurato da Antonino Pio, come
attestano le monete di quest'imperatore; quando sia stato distrutto,
non si sa esattamente.
Nell'età cristiana, forse già prima del sesto
secolo, fu posta nella sala maggiore della Biblioteca una cappella
della Madonna, la quale fu ingrandita e decorata parecchie volte
durante i secoli ottavo e nono. Fra i pontefici restauratori di
essa merita speciale menzione Giovanni VII (705-708), il quale,
secondo il suo biografo, "ornò di pitture la basilica
della generatrice di Dio, cognominata Antiqua, e vi fece un ambone
di marmo". Anche Paolo I (757-767) e Adriano I (772-793)
decorarono la chiesa e sembra che, durante la contesa iconoclasta,
monaci greci cacciati dall'Impero orientale trovassero rifugio
in Roma, e decorassero, con molta ricchezza, la chiesa e il monastero
affidati alle loro cure. — Nel secolo nono i palazzi imperiali
sull'altura del Palatino, a causa forse di terremoti, formavano
un pericolo continuo per la basilica sottostante; e perciò
la chiesa fu abbandonata sotto papa Leone IV (845-856) e ad
essa venne sostituita quella di Santa Maria Nova, sulle rovine
del tempio di Venere e di Roma. Le mura della Domus Tiberiana, crollando,
coprirono gli avanzi della basilica di modo che le pitture di essa,
al momento dello scavo, avevano conservata mirabile freschezza.
Nel secolo XIII, quasi nel medesimo luogo, ma ad un livello superiore,
fu costruita una piccola chiesa detta Santa Maria libera nos a
poenis inferni, o più brevemente Santa Maria Liberatrice.
Nel 1702, scavando a caso dietro questa chiesa, fu trovata
la parete di fondo del presbiterio con l'abside della chiesa
antichissima, ma lo scavo fu ricoperto subito. Demolita la chiesa
di Santa Maria Liberatrice nel 1900-1901, l'antica
basilica fu messa alla luce e restaurata con molta cura.
Dietro l'angolo SE. del tempio dei Castori si trova l'ingresso
ad un gran cortile quasi quadrato, con nicchie per statue colossali
nelle pareti. Questo cortile è in comunicazione verso destra
con la cella del tempio di Augusto mediante una porticina bassa
(accanto vi è un'apertura medioevale, con resti di
pitture ad affresco), e verso sinistra con la gran rampa che conduce
all'altura del Palatino. Nella parte inferiore delle pareti, già
rivestite di marmo, erano probabilmente affisse le tavole di bronzo
con i nomi dei militi onorevolmente congedati (tabulae honestae
missionis).
Nel centro del cortile, diagonalmente all'asse del medesimo, vi
è un gran bacino rettangolare che ha sul lato minore una
scaletta per discendervi. Esso si estende fin sotto le fondamenta
del "Quadriportico", perciò deve essere più
antico di questo. Il bacino, che potrebbe considerarsi come l'"impluvium"
di un palazzo, ha dimensioni tanto grandi (m. 9 x 25)
da non aver potuto appartenere ad una casa privata, per quanto nobile,
dei primi tempi imperiali. Probabilmente appartenne alle costruzioni
di Caligola; infatti un frammento d'iscrizione onoraria di
quest'imperatore (vi sono conservate soltanto le lettere ...MANICI. F.)
fu ritrovato negli scavi del bacino.
Nell'età cristiana, questo "cortile di Minerva"
fu trasformato nel vestibolo della chiesa, e allora tutte le pareti
vennero decorate con affreschi.
Per stabilire la cronologia di queste pitture è specialmente
importante un affresco sulla parete destra, nel quale vedesi un
papa con nimbo quadrato azzurro (questo nimbo nell'arte bizantina
designa i personaggi viventi altolocati nella gerarchia civile ed
ecclesiastica, mentre il nimbo rotondo giallo oppure d'oro
è distintivo dei santi e martiri) che presenta un libro alla
Madonna. Il nome scritto accanto alla testa era probabilmente ADRIANUS;
quindi le pitture apparterrebbero al pontificato di Adriano I
(772-793). Sulla parete opposta si vedono: una testa colossale di San Abbaciro,
e le vestigia di una pittura rappresentante il seppellimento di
sant'Antonio Eremita.
Un gran portone centrale e due porte laterali danno accesso all'ambiente principale della Biblioteca che è un "Quadriportico"
sostenuto da quattro pilastri rettangolari di mattoni e da quattro
colonne di granito con capitelli di marmo. È incerto se la
sala centrale fosse da principio scoperta, oppure se sia stata chiusa
con un tetto soltanto nell'età cristiana. — Dietro
il quadriportico si trovano tre sale, una più grande (m.
8,5 x 7) nel mezzo, due piccole (m. 4,5 x 7
e 4,5 x 5) ai lati; due altre stanze laterali, poi, a
cui si accede dalla navata destra del "Quadriportico",
si estendono fin dietro il lato meridionale del tempio di Augusto.
Il quadriportico forse serviva come sala da studio della Biblioteca,
le altre sale e stanze da magazzini per i libri. La pianta dell'edifizio
corrisponde ai precetti di Vitruvio ed è analoga ad altre
biblioteche, p. es. quella di Pergamo. L'edifizio è
orientato verso NE., per avere la piena luce della mattina, preferita
dagli antichi studiosi, e verso mezzogiorno e sud-ovest è
perfettamente chiuso (come appunto prescrive Vitruvio), affinchè
lo scirocco, il sole cocente del pomeriggio, e gli insetti nocivi
germoglianti nella temperatura calda rimangano, per quanto fosse
possibile, esclusi. Anche la giacitura dell'edifizio, nel
centro della città, a pochi passi dal Foro e dei palazzi
imperiali, e nel medesimo tempo isolato dai rumori, sembra assai
conveniente ad una biblioteca.

Nel medio evo il Quadriportico venne trasformato nella navata
centrale e nelle navi laterali della basilica; mentre delle tre
sale si fecero il presbiterio e due cappelle. Lastroni di granito
grigio uniti insieme rozzamente formano il pavimento: nel centro
del cortile presso e si vede un avanzo ottagonale di mattoni, forse
la base di un ambone. A quest'ambone appartiene una lastra di marmo
(ora giacente nella nave sinistra) che conserva sulla superficie
piana le vestigia di una cancellata o ringhiera di metallo, e sulle
facce laterali l'iscrizione: Iohannes servu(s)s(an)c(t)ae
M(a)riae — I(wa/nnou dou/lou th=j qeoto/kou. L'ambone
dunque era quello di Giovanni VII, che abbiamo già menzionato.
Sulla superficie della seconda colonna a sinistra sono ancora visibili
i resti dello stucco dipinto, col quale nell'età cristiana
era stato coperto il fusto di granito. Sul pilastro a sinistra del
presbiterio sono conservati due strati di stucco, l'uno sopra
l'altro, nei quali era rappresentata l'Annunziazione.
Sul pilastro a destra vi è una bella figura, santa Solomone,
madre dei sette fratelli martirizzati in Sirio sotto re Antioco
(2. Maccab. c. 7). Il lato esterno dei cancelli del presbiterio
era decorato con fatti tolti dal Vecchio Testamento: all'angolo
destro vedesi Giuditta con l'ancella portante la testa di
Oloferne (CAPVT Olofernis).
Nella navata sinistra la decorazione che vedesi nella parte inferiore
della parete è la meglio conservata.
Sopra uno zoccolo imitante tappeti stesi vedesi una zona con figure
grandi tre quarti dal vero: nel centro, Cristo sede sul trono, con
la destra alzata in atto di benedire, mentre con la sinistra tiene
il vangelo riccamente ornato. Gli fanno corona a sinistra nove santi
e dottori della Chiesa greca (Giovanni Crisostomo, Gregorio Nazianzeno,
Basilio, Pietro Alessandrino, Cirillo, Epifanio, Atanasio, Nicolao,
Erasmo); alla destra, undici della Chiesa latina (Clemente, Silvestro,
Leone, Alessandro, Valentino, Abundio, Eutimio, Sabba [?], Sergio,
Gregorio Magno, Bacco); anche qui, tutti i nomi sono scritti in
greco. Nella zona superiore si vedono due strisce di quadri rettangolari
con soggetti tolti dal Vecchio Testamento.
I primi sette quadri della striscia superiore sono completamente
distrutti, ma poichè l'ottavo rappresenta il sacrificio
di Caino ed Abele e l'uccisione di quest'ultimo, così
i sette precedenti, secondo le analogie di cicli simili, probabilmente
rappresentavano le sette giornate della creazione. Seguono: l'ingresso
di Noè nell'arca, il diluvio, il sacrificio di Noè
(tutti assai danneggiati). Nella striscia inferiore continuano le
scene tolte dalla storia dei patriarchi: il sogno di Giacobbe, la
sua lotta con l'angelo; Giuseppe che racconta i suoi sogni
al padre e ai fratelli. I quadri seguenti sono meglio conservati:
Giuseppe venduto dai fratelli (ubi joseph VENVNDATVS EST IN EGVpTO
A FRATRIBVS SVIS); la sua schiavitù nella casa di Potiphar;
la sua incarcerazione (VBI JOSEPH DVCITVR IN CARCERE); finalmente
il banchetto di Faraone, e la riammissione del coppiere in servizio.
Questi affreschi, di mano differente da quelli della zona inferiore,
e tutti con iscrizioni latine, sono forse opera di un pittore romano
vissuto al principio del secolo ottavo.
Accanto all'ingresso della rampa verso il Palatino è collocato
un sarcofago di marmo con rilievi cristiani, rinvenuto sotto il
pavimento della chiesa, ma appartenente, secondo lo stile della
scultura, già al terzo o quarto secolo, e quindi nella chiesa
di Santa Maria Antiqua adoperato per la seconda volta. Nel
mezzo della parte anteriore si vedono effigiati due coniugi, il
marito in atto di leggere, la donna in atto di pregare (le facce
non sono scolpite, ma dovevano essere aggiunte in stucco); a sinistra
la storia di Giona, il quale dopo essere stato gettato in mare,
e restituito dalla balena, riposa sotto la curcubita: a destra si
vedono l'effigie del buon pastore, il battesimo di Cristo
e due pescatori in un battello.
Nell'angolo (presso i) trovasi un altro sarcofago, proveniente
senza dubbio da qualche sepolcro pagano, con maschere tragiche e
comiche in rilievo, rinvenute anch'esso sotto il pavimento del
basilica.
Nella navata destra, vicino all'ingresso, è posto un sarcofago
antico dedicato, secondo l'iscrizione, da un centurione della
coorte decima urbana, L. Celio Florentino, a sua moglie, Clodia
Secunda, morta il 17 giugno 207 dopo Cristo, nell'età
di venticinque anni, dieci mesi quattordici giorni, dopo di aver
vissuto in matrimonio con esso sette anni, quattro mesi e diciotto
giorni "senza che mai una contesa fosse sorta fra loro"
(sine querella). Anche questo sarcofago adoperato per la seconda
volta, deve essere stato originariamente presso una delle grandi
vie pubbliche, forse la Via Appia.
La zona superiore della parete destra era occupata da due strisce
di pitture corrispondenti alle scene dell'Antico Testamento
della parete opposta. Per quanto si può riconoscere dalle
scarse vestigia, vi erano riprodotte scene del Nuovo Testamento
(Zaccaria ed Anna, la nascita di Cristo, l'adorazione dei
Magi). Nella parte inferiore è conservata una piccola nicchia
con tre figure femminili: Maria col bambino Gesù; Sant'Anna
con la piccola Maria, Elisabetta con San Giovanni. Anche queste
pitture appartengono probabilmente all'ottavo secolo.
Dalla navata di mezzo, tre gradini conducono alla schola cantorum
e al presbiterio.
Sul lato interno della schola cantorum a destra si vedono due quadri
ben conservati: il re Ezechia malato (HEZECHIAS REX) al quale Isaia
(ISAIAS PROFETA) profetizza: ordina la tua casa, perchè devi
morire (DISPONE DOMVI TVAE QVIA MORIERIS), mentre nello sfondo vedesi
un servo che con un flabellum gli fa vento. Accanto a questo quadro
è effigiato David uccisore di Golia; e si noti che il giovinetto
vincitore apparisce molto più grande del gigante che li sta
a piedi (fig. 78). — La sala maggiore della biblioteca
fu ridotta a presbiterio; le pareti laterali nella parte inferiore
hanno uno zoccolo imitante tappeti stesi; sopra si vedono teste
di apostoli (con i nomi a sinistra: BArTHoLOmeus, JOHANNES,ANDREAS,
PAVLVS: le pitture corrispondenti a destra sono quasi interamente
distrutte); più sopra ancora storie del Nuovo Testamento,
in due strisce orizzontali. Le parti meglio conservate sono all'estremità sinistra (presso p): nella striscia superiore l'adorazione
dei Magi, nell'inferiore Gesù che porta la croce (con
l'iscrizione SIMON CYRENENSIS). Nella striscia superiore a
destra continua la storia evangelica, dalla resurrezione fino all'ascenzione; ma questi quadri sono assai danneggiati, perchè
nel soprapporvi uno strato di stucco tutta la parete fu intaccata
a colpi di piccone.

Nell'abside, ritagliata più tardi nel muro grossissimo
laterizio, sono conservati più strati di affreschi, l'uno
sopra l'altro. In quello superiore si vede, fra due cherubini
a sei ali, Cristo in piedi, al quale viene raccomandato dalla Vergine
un pontefice con nimbo quadrato azzurro, il cui nome SANCTISSIMVS
PAVLVS PP ROMANVS è scritto accanto. Questo affresco quindi
appartiene al pontificato di Paolo I (757-765). Dello strato
inferiore (dipinto sotto Giovanni VII), eccetto una iscrizione
greca, poco è conservato.
Nello strato inferiore, dipinto prima che l'abside fosse
ritagliata nel muro, si vede la Madonna in trono, con vesti riccamente
ornate di gioielli, venerata da due angeli in vestimenti bianchi
(di quello a destra è conservato in gran parte il panneggiamento,
quello a sinistra venne quasi interamente distrutto quando fu costruita
l'abside). Nel secondo strato era effigiata una Annunziazione:
ne rimangono soltanto le due teste delle quali quella a destra in
alto, dell'angelo, supera per la bellezza dell'esecuzione
tutte le altre pitture della basilica.
Il terzo strato era invece occupato da figure di padri della Chiesa:
accanto alle due teste, con nimbo giallo rotondo sono i nomi scritti
in greco: Gregorio Nazianzeno e Basilio. Nella parte inferiore sono
conservate due figure di padri della Chiesa che tengono in mano
fogli o rotoli con lunghe citazioni delle opere di San Basilio
e di San Giovanni Crisostomo.
Anche a sinistra dell'abside (nello zoccolo sono visibili
i resti della decorazione imitante lastre di marmi colorati) si
vedono raffigurati San Leone Magno e San Gregorio Nazianzeno.
Tutte le citazioni qui trascritte si trovano negli atti del Concilio
Lateranense del 649, nel quale papa Martino I condannò
la dottrina dei monoteliti che negavano le due volontà di
Cristo (duae naturales voluntates et operationes); gli affreschi
dovranno perciò attribuirsi alla seconda metà del
secolo settimo. Del terzo strato rimangono avanzi di drapperie:
sopra di esse corre una striscia rossa contenente l'epigrafe
a lettere bianche: SCAE DI......CI.SEM.....IAE, la quale si deve
supplire: Sanctae Dei genitrici semperque virgini Mariae. Sull'altro
lato dell'abside era scritto il nome del dedicante.
Nei triangoli attigui all'estremità superiore dell'abside,
a destra e a sinistra, si vedono quattro figure di papi; accanto
al secondo a destra è l'iscrizione MARtinus PaPa ROMANVS;
il secondo a sinistra ha il nimbo quadrato azzurro. Più sopra
vi è una larga striscia rossa con iscrizioni greche, che
sono in massima parte profezie relative al Messia, tolte dai libri
di Amos, di Zaccaria ecc. Sopra questa striscia, nella lunetta sotto
la volta, si vede il Cristo in croce adorata da angelo bianco vestiti.
Questa parte del muro fu scoperta nel 1702, e come dimostrano
i disegni del tempo, era allora meglio conservata.
La cappella a destra del presbiterio forse in origine serviva
da diaconium, ove si riponevano i libri, i vasi e gli arredi sacri;
vi sono rimasti soltanto pochi avanzi di pitture.
Sulla parete di fondo erano le figure dei Ss. Cosma, Abbaciro,
Stefano, Procopio, Damiano; sulla parete a destra quelle dei Ss. Barachisio,
Dometio, Pantaleo, Celso, Giovanni, Abbaciro. Queste pitture probabilmente
appartengono all'ottavo secolo.
La cappella a sinistra presenta le pitture più notevoli e
meglio conservate, sebbene anch'esse nei cinque anni trascorse
dopo lo scavo in molte parti già siano deperite. La cappella
era divisa in due parti da un cancello basso di marmo e nel mezzo
della parete di fondo sono le fondamenta di un altare marmoreo.
Nella nicchia sopra l'altare si vede un quadro in ottimo
stato che rappresenta la crocifissione. Il Cristo, vestito di un
lungo colobium grigio-azzurro, pare vivo, e tiene gli occhi aperti,
sebbene il soldato LONGINVS già ne ferisca il costato con
la lancia. A destra e a sinistra della croce sono Maria e San Giovanni;
fra quest'ultimo e la croce sta un soldato con la spugna e il vaso
pieno di aceto; al disopra della croce, il sole e la luna velano
i loro raggi. La composizione rassomiglia alquanto ad un musaico
che esisteva nella cappella di Giovanni VII nell'antica
Basilica di San Pietro, e del quale rimangono frammenti
nelle Grotte Vaticane. Sotto la nicchia vi è una striscia
con figure grandi tre quarti del vero; nel mezzo, la Madonna in
veste riccamente ornata siede sul trono; le fanno corona San Pietro
e San Paolo, poi i titolari della cappella, il fanciullo Quirico,
a destra, e sua madre Giulitta a sinistra. Sulle estremità
stanno due figure col nimbo quadrato azzurro, e da ciò si
deduce che erano viventi quando la pittura fu eseguita. A sinistra
il papa Zaccaria (741-752) che tiene in mano il Vangelo; a destra,
un uomo vestito da ecclesiastico, portante nelle mani il modello
di una chiesa. Attorno al nimbo si legge l'iscrizione in lettere
bianche ormai molto svanite:
cioè: Theodotus primicerio defensorum et dispensatore sanctae
Dei genitricis semperque virginis Mariae quae appellatur antiqua.
Il personaggio nelle fonti storiche, è chiamato zio del pontefice
Adriano I (772-795) e fondatore della chiesa di Sant'Angelo
in Pescheria. Sulle pareti laterali otto quadri rappresentano la
storia dei santi Quirico e Giulitta, che furono martirizzati in
Tarso nella Cilicia.
Sulla parete sinistra:
1) la madre Giulitta dinanzi al presule Alessandro;
2) Quirico messo in carcere (ubi scs. CVIRICVS A MILITIBVS DVCITVR);
3) (quasi interamente distrutto): Quirico confessa la sua fede cristiana;
4) Quirico è flagellato (VBI SCS. CVIRICVS CATOMVLEBATVS
EST);
5) Quirico, dopo che gli è tagliata la lingua, continua a
parlare (VBI SCS. CVIRICVS LINGVA ISCISSA LOQVITVR AT PRESIDEM);
6) la madre e il figlio nel carcere. — Sulla parete destra:
7) la madre e il figlio sono torturati in una padella rovente (VBI
SCS CVIRICVS CVM MATRE SVAM IN SARTAGINE MISSI SVNT);
8) al fanciullo sono infissi chiodi di ferro nel cranio (VBI SCS
CVIRICVS ACVTIBVS CONFICTVS EST), e finalmente gli viene sfracellato
il cranio sui gradini del tribunale.
Sulla metà anteriore
della parete destra fra il cancello di marmo e la porta del presbiterio,
stanno quadri di un altro pittore: la Madonna venerata da una famiglia
nobile, probabilmente quella di Teodoto; notevoli le due figure
ben conservate di un fanciullo e di una fanciulla, ambedue col nimbo
quadrato azzurro.
Sulla parete d'ingresso, a sinistra della
porta, Teodoto (?) con due grandi ceri in mano, sta in ginocchio
dinanzi a Quirico e Giulitta. A destra della porta, un vecchio santo
con la barba (SCS ARMENTIS E = S. Armenti(u)s e(...) e tre
donne; sopra di esse l'iscrizione in lettere bianche: q(u)orum
nomina d(eu)s sc(i)t, "il nome delle quali Dio conosce".
Ritornando per la navata laterale sinistra troviamo all'estremità una porta (sul mura a destra è dipinta la discesa
di Cristo al Limbo) la quale conduce in un gran corridoio a volta,
da cui si sale in alto mediante una comoda rampa, interrotta talora
da pochi gradini.
Il secondo ripiano di questa rampa comunica col primo piano della
casa delle Vestali (vi si gode una bella veduta della casa stessa),
e con la Nova Via. Più in alto, si arriva sul tetto della
Biblioteca, da cui si scopre pure una bella veduta di Santa Maria
Antiqua, e degli scavi sotto la pendice del Palatino. Un quarto
braccio della rampa conduce al Clivus Victoriae, ove la rampa si
incontra con la gradinata che ascende dal tempio di Vesta; qui si
aprirà un ingresso diretto agli scavi del Palatino). Altre
salite a gradini conducono di qua fino alla Domus Tiberiana.
Tratto da:
Il Foro Romano - Storia e Monumenti da Christian Hülsen
pubblicato da Ermanno Loescher & Co
Editori di S. M. la Regina d'Italia 1905
Foro Romano | Piantine del Foro Romano

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