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Il
Presidente Ciampi indica nell’eredità di Mazzini la
stella polare: indivisibilità dell’Italia e garanzie
di un diritto uniforme.
Mazzini, dimenticato padre della Patria
GENTILE Augias, corre l'anno 2005, bicentenario
della nascita di Giuseppe Mazzini, che infatti è stato proclamato
"anno mazziniano". Che cosa accadrà? Scommetto
quasi nulla. Forse un francobollo: ce n'era già stato uno
nel 1972, ricorrenza della morte. Il presidente della Repubblica
Ciampi, attento osservatore, deve essersene reso conto e ha provato
a dare un segnale suggerendo un film su Mazzini quando ha ricevuto
i rappresentanti dello spettacolo. Eppure ci sarebbero tanti, ma
tanti, motivi per parlare, discutere, criticare in positivo e in
negativo l'opera e il pensiero del grande genovese. Sarebbe interessante
chiedere come mai quest' uomo provochi sempre la stessa risposta:
“Mazzini? ah sì....però...”, tra i sabaudi,
i liberali, i cattolici, i fascisti, i socialisti, i comunisti.
Eppure Mazzini, Gobetti, Granisci, Matteotti, Moro meriterebbero
un ben diverso destino se il nostro fosse un paese capace di maggiore
riconoscenza. Invece succede a Mazzini e agli altri grandi di diventare
icone appese-su un qualche muro mentre i loro principii si perdono
in chiacchiere gattopardesche.
IL SIGNOR M*** ha ragione, il destino di Giuseppe
Mazzini è stato un pò quello di dispiacere a tutti
e del resto era già successo mentre era in vita. Eppure le
sue intuizioni giovanili erano state formidabili, s'era battuto
per l'unità della nazione in forma repubblicana quando l'Italia
era ancora un insieme di staterelli semifeudali; aveva capito che
un moto irredentista non poteva essere una cospirazione limitata
a pochi circoli di anime belle ma che doveva investire grandi masse
se voleva avere possibilità di successo; aveva capito che
di queste 'grandi masse' avrebbero dovuto far parte i lavoratori;
tanto è vero che dette vita all'"Unione degli operai
italiani" nel 1840 (appena trentacinquenne), con mezzo secolo
d'anticipo rispetto al Partito dei lavoratori italiani nato a Genova
nel 1892.
Successe però che negli ultimi anni della vita smarrì
il suo folgorante intuito politico litigando, secasi posso dire,
con tutti, da tutti amareggiato e deluso. Eppure basterebbe la Costituzione
della Repubblica Romana del 1849 a dire chi fu. Quella Repubblica
fu il primo Stato europeo a proclamare: “Dalla credenza
religiosa non dipende l'esercizio dei diritti civili e politici”;
il primo a eliminare la pena di morte facendo propri i diritti
della Dichiarazione Universale. Nella carta si dice:
"Il regime democratico ha per regola l'eguaglianza, la libertà,
la fraternità";
"I Municipi hanno tutti uguali diritti. La loro indipendenza
non è limitata che dalle leggi di utilità generale
dello Stato";
"Il domicilio è sacro; non è permesso entrarvi
che nei casi e nei modi determinati dalla legge";
"La manifestazione del pensiero è libera... ";
"L'insegnamento è libero... ";
"Il segreto delle lettere è inviolabile. .. ";
"L'associazione senz'armi e senza scopo di deflitto è
libera. .. ";
"Nessuno può essere costretto a perdere la proprietà
delle cose, se non per causa pubblica, previa giusta indennità".
Mai nessuno in Italia aveva formulato regole così avanzate.
Infatti durò pochissimo. In paese meno immemore Mazzini avrebbe
un suo memoriale come quello di Lincoin a Washington, pieno di bandiere,
di corone, di scolari in gita. La Patria, insomma.
da La Repubblica lettere a Corrado Augias

Vittoria della reazione
....Dopo la disfatta di Carlo Alberto nell'estate
del 1848 le correnti radicali e nazionaliste avevano guadagnato
terreno. A Roma la situazione si era fatta minacciosa al punto che
il papa ritenne prudente lasciare la città per riparare nella
fortezza di Gaeta, in territorio napoletano, dove fu ospite di Ferdinando
II, il più reazionario di tutti i monarchi della reazione.
A questo punto Mazzini e Garibaldi comparvero a Roma; il papa profugo
a Gaeta venne dichiarato decaduto dalla sovranità temporale
e nel febbraio del 1849 veniva proclamata la Repubblica Romana.
In seguito Mazzini scrisse:
«Sono entrato a Roma con un sentimento di profondo rispetto,
quasi di venerazione. Roma era per me il santuario dell'umanità».
Nel marzo del 1849 Carlo Alberto di Piemonte-Sardegna subì
una nuova disfatta che gli riuscì fatale: dopo aver rotto
l'armistizio con l'Austria venne sconfitto da Radetzky a Novara
e, per consentire al suo paese di ottenere una pace onorevole, abdicò
in favore del figlio Vittorio Emanuele. La pace fu sottoscritta
in agosto : la Sardegna poteva conservare la propria Costituzione,
sebbene Radetzky avesse in un primo tempo preteso il contrario.
Questo fatto doveva avere grande importanza in futuro.
Purtroppo anche Roma dovette rinunciare alle istituzioni repubblicane.
In appoggio al papa giunsero truppe austriache, mentre da sud si
operava un attacco convergente delle truppe napoletane. Decisiva
fu la spedizione inviata a Roma da Luigi Napoleone, il nuovo presidente
francese. Questi si era professato fervido sostenitore della libertà
italiana, ma amava ancor più il potere e per conservarlo
gli era necessario il sostegno dei "clericali francesi”.
Da ciò la decisione di affiancarsi al papa e di scacciare
da Roma i radicali. In seguito avrebbe dovuto rammaricarsene.
In giugno le truppe francesi ponevano l'assedio alla ; capitale,
la cui difesa era affidata a Garibaldi, che si trovava cosi per
la prima volta alla ribalta della scena mondiale.
Furono vicende da epopea, ma in definitiva l'artiglieria francese
ebbe il sopravvento e costrinse i repubblicani a cedere. Mazzini
fuggì in Inghilterra, mentre Garibaldi e un gruppo di fedeli
si avviò verso la Romagna, .continuando la lotta nelle campagne.
Anita fini per soccombere alle fatiche e agli stenti della ritirata,
ma Garibaldi riuscì ad attraversare le linee austriache e
ad imbarcarsi per Nizza. Intanto i Francesi, entrati a Roma, ripristinavano
il potere temporale del Vaticano. La lotta per l'Italia era momentaneamente
finita.
tratto da Storia Universale di Carl
Grimberg 1941 – dall’Oglio editore 1966

Il Tentativo democratico in Italia
In Italia, il fallimento della guerra federalista
e poi di quella sabauda di Carlo Alberto favorì la ripresa
del partito democratico, 'sostenitore della guerra insurrezionale
di popolo e della soluzione del problema politico italiano mediante
una Assemblea Costituente, anziché mediante le annessioni
al regno sardo.
In Lombardia, Giuseppe Garibaldi, che era accorso dall'America offrendo
la sua spada a Carlo Alberto, rifiutò l'armistizio Salasco
e si gettò alla montagna con un corpo di volontari. Dopo
uno scontro a Morazzone (26 agosto 1848) con gli austriaci, tuttavia,
fu costretto dal numero soverchiante degli avversar! a riparare
in Svizzera. Analogo fallimento ebbe un tentativo insurrezionale,
promosso dal Mazzini in Valle d'Intelvi, nel Comasco.
In Sicilia, i patriotti proclamavano decaduta la dinastia di Borbone
e costituivano un governo provvisorio, presieduto da Ruggero Settimo,
disponendosi alla resistenza contro l'esercito napoletano, che attaccava
Messina (settembre 1848) con un feroce bombardamento, il quale valse
a Ferdinando II l'appellativo di Re Bomba. A Venezia, Daniele Manin
proclamava nuovamente la Repubblica di San Marco, organizzando altresì
la difesa contro gli austriaci. In Toscana, saliva al potere un
ministero democratico, presieduto dal Guerrazzi. Tosto però
il granduca fuggiva, riparando a Gaeta presso il re di Napoli, ed
il potere passava ad un Triumvirato, formato dal Guerrazzi, dal
Mazzoni e dal Montanelli, col 'programma della convocazione di una
Costituente Italiana,
A Roma, i democratici si agitavano contro il pontefice. Questi compì
un tentativo di frenarli, affidando il governo all'energico Pellegrino
Rossi, un giurista di tendenze liberali moderate. Ma il Rossi cadde
pugnalato da elementi di estrema sinistra il pontefice, sgomento,
abbandono Roma riparando a Gaeta, mentre nella città veniva
"proclamata la Repubblica Romana (9 febbraio 1849). Accorreva
allora, accolto da travolgenti dimostrazioni di entusiasmo, il Mazzini
e costituiva un triumvirato per il governo della repubblica, unitamente
a Carlo Armellini ed Aurelio Saffi.
In Piemonte, altresì, le correnti democratiche si rafforzavano
e reclamavano la ripresa della guerra contro l'Austria. Un tentativo
di mediazione fu compiuto da un ministero presieduto da Vincenzo
Gioberti (dicembre 1848 - febbraio 1849), che propose un intervento
militare piemontese in Toscana per restaurare il granduca e tenere
lontana l'Austria, salvando così. almeno a Firenze, il regime
costituzionale. Ma i colleghi del Gioberti e lo stesso re non vollero
seguirlo su questa strada, obbligandolo a dimettersi. Si arrivò
perciò alla ripresa della guerra ed alla rottura dell'armistizio,
come volevano le correnti di sinistra (12 marzo 1849).
L'esercito però era scorato ed impreparato; molti degli ufficiali
stessi erano contrari a ricominciare le ostilità contro l'Austria.
Data la prova mediocre fatta dai generali piemontesi l'anno precedente,
si ebbe l'idea, tutt'altro che felice, di affidare il comando al
generale polacco Chrzanowski, un veterano di Napoleone, già
combattente della rivoluzione del 1830, che non sapeva nemmeno l'italiano
e male si intendeva con i suoi subordinati. Tra il 21 e il 23 marzo
l'esercito piemontese si batté con coraggio in una serie
di scontri attorno a Novara, ma dopo qualche successo iniziale,
finì con l'essere sconfitto. Il popolo bresciano, che alla
notizia della ripresa della guerra era insorto contro gli austriaci,
si batté con disperato valore nelle Dieci giornate di. Broscia.
guidato dall'intrepido Tuo Speri. Anche la resistenza di Broscia,
tuttavia, fu soverchiata dalle forze avversarie.
…
II pontefice Pio IX fece appello contro la Repubblica Romana a tutte
le potenze cattoliche, perché concorressero a sopprimerla.
Così, mentre gli Austriaci continuavano l'avanzata, assediando
Ancona, intervennero anche forze del re. di Napoli, della Spagna,
nonché un potente corpo di spedizione francese, inviato dal
presidente Luigi Napoleone, per compiacere il partito cattolico.
La repubblica, benché attorniata da tanti eserciti, decise
la resistenza ad oltranza. A combattere per lei accorsero allora
i volontari di ogni regione italiana, tra cui quelli di Giuseppe
Garibaldi, indossanti la camicia rossa, già famosa per i
combattimenti del Sud amm.it. francesi, al comando del generale
Oudinot, tentarono un attacco alle mura di Roma, sul colle del Gianicolo
(30 aprile 1849), ma furono costretti a ripiegare da un contrattacco
garibaldino. Si aprirono allora trattative per un armistizio, durante
le quali il Garibaldi uscì da Roma e sconfisse i borbonici
a Palestrina (9 maggio) ed a Velletri (19 maggio), rovesciandoli
in fuga. L'Oudinot, rotte le trattative, annunzio la ripresa delle
ostilità per il 4 giugno, ma iniziò invece l'assalto
il giorno 3, per cogliere alla sprovvista i difensori. Nelle ville
patrizie, che circondano Roma dalla parte del Gianicolo, trasformate
in altrettanti fortilizi, si accese allora una furiosa lotta, che
durò sino al 30 giugno. In quest'ultima, si distinse Giacomo
Medici, già compagno del Garibaldi in America, per la tenace
resistenza nella villa del Vascello. Attorno a villa Pamphily e
villa Corsini cadevano Luciano Manara, l'eroe delle Cinque Giornate
di Milano, ed il poeta genovese Goffredo Mameli, autore dell'inno
famoso « Fratelli d'Italia, l'Italia s'è desta! ».
Soltanto il 4 luglio, il triumvirato ordinò la cessazione
del fuoco, per risparmiare la vita dei superstiti difensori. Nel
contempo, l'Assemblea Costituente romana, in segno di affermazione
ideale, davanti alla sopraffazione delle armi, proclamava dal Campidoglio
la Costituzione repubblicana.
Uguale eroismo dimostra intanto la repubblica di Venezia, bloccata
per mare e per terra dagli austriaci. Daniele Manin, proclamato
dittatore, sostiene la difesa con sovrumana fermezza. A fianco ai
veneziani, si battono i napoletani di Guglielmo Pepe. Mancando i
mezzi materiali per la resistenza, i veneziani offrono a gara i
loro risparmi, i loro gioielli, i loro ori per farne monete, le
loro vesti e le loro biancherie per farne bende per i feriti. Al
bombardamento austriaco si aggiunge, a rendere più terribile
la situazione, la fame imperversante nella città e lo scoppio
di epidemie di tifo e di colera. Dopo ventidue giorni di cannoneggiamento
ininterrotto, il forte di Marghera, chiave dell'accesso a Venezia
dalla terraferma, è distrutto dalle artiglierie austriache
ed i suoi difensori sono costretti ad evacuarlo (26 maggio). La
Repubblica Romana stessa finisce per cadere. Ma Daniele Manin non
piega ancora. Soltanto il 24 agosto, dopo che il Piemonte ha firmato
ormai la pace con l'Austria e gli ungheresi hanno dovuto arrendersi
a Vilagos, esaurita ogni umana possibilità di difesa, l'eroica
Venezia, ultima tra tutte le città italiane, abbandona la
lotta. Gli austriaci stessi rendono omaggio al valore dei difensori,
concedendo loro l'onore delle armi ed accordando un'amnistia completa,
salvo l'esilio di 40 cittadini, tra cui il Manin, il Tommaseo ed
il Pepe.
La fuga di Giuseppe Garibaldi
Giuseppe Garibaldi non intende abbandonare la lotta, neanche allora.
Esce da Roma, con un migliaio di irriducibili, e si getta nell'Umbria,
tentando di raggiungere Venezia ancora in armi. Sfuggendo con abilità
miracolosa alla caccia datagli da austriaci, francesi e spagnuoli,
arriva a portare i suoi sul territorio della repubblica di S. Marino
e quivi scioglie il suq esercito, consunto dai combattimenti e dai
disagi. Poi, con un pugno di intrepidi, tra cui la moglie Anita,
il frate barnabita Ugo Bassi, animatore con la sua parola infuocata
dei difensori di Roma, e Ciceruacchio, il popolare tribuno trasteverino,
riprende la marcia, cercando di lasciare la costa romagnola, a Cesenatico,
su qualche barca da pesca. Ma le barche sono scoperte dalla crociera
austriaca e costrette a tornare a terra. Dispersi l'uno dall'altro,
il Bassi, Ciceruacchio e gli altri compagni di Garibaldi sono catturati
dagli austriaci e fucilati. Anita si spegne di febbri in una capanna
di boscaiuoli nella pineta di Ravenna. Il leggendario condottiero
è solo con un compagno ferito. Ma i romagnoli lo nascondono
alle ricerche degli austriaci. Un prete patriotta, don Giovanni
Verità, parroco di Modigliana, riesce a fargli passare l'Appennino
ed a portarlo in Toscana, da cui finalmente arriva ad imbarcarsi
verso la salvezza.
tratto da Dalla Preistoria ad Oggi di Giorgio
Spini – edizioni Cremonese 1967

Giuseppe Mazzini e la "Giovine Italia"
Le rivoluzioni italiane del 1820-21 e del
1831, ispirate e dirette dalla Carboneria, erano state il contraccolpo
di quelle avvenute in Spagna e in Francia. La seconda aveva fatto
assegnamento capitale per la propria riuscita sulla politica del
governo francese. Ambedue avevano avuto carattere regionale piuttosto
che nazionale e non avevano affrontato il problema unitario della
creazione di una nuova Italia. Il loro spirito animatore era prevalentemente
quello di riprendere l'opera del periodo rivoluzionario-napoleonico.
Il fallimento della rivoluzione del 1831 segnò altresì
quello definitivo della Carboneria, che da allora in poi si può
dire sopravvivesse a se stessa, perdurando più a lungo in
Romagna e nelle Marche. Incertezze di programma, insufficienze di
organizzazione, meschinità di capi avevano, insieme con le
circostanze contrarie, causato il suo insuccesso. Ma le condizioni
dell'Italia erano ancora tali che un'azione politica per gli interessi
nazionali non si poteva in gran parte condurre che segretamente;
e alla Carboneria e alle altre sètte affini subentrò
un'altra società segreta, la Giovine Italia, ben differente
però dalle prime. Non si trattava più di una molteplicità
di associazioni, diverse anche nel nome e nel programma, senza nessun
vincolo organico fra di loro, ma di una associazione unica con un
programma preciso, maturato e formulato da un capo energico ed instancabile,
Giuseppe Mazzini.
Giuseppe Mazzini era nato a Genova il 22 giugno 1805, in un ambiente
di tradizioni repubblicane, poco devoto alla dinastia sabauda. Nel
1821, ragazzo ancora, era stato profondamente impressionato dalla
vista dei profughi politici piemontesi che s'imbarcavano per l'estero.
Nel 1827 si era iscritto alla Carboneria, e nel 1830 era stato arrestato
e detenuto nel forte di Savona, ove le sue idee politiche avevano
incominciato a maturare. Esule a Marsiglia, si era trovato a contatto
con i profughi del 1831, e il modo con cui il movimento era stato
condotto ed il suo fallimento avevano finito di convincerlo delle
manchevolezze della Carboneria. Bisognava, secondo lui, che il moto
per il Risorgimento d'Italia non si limitasse all'azione empiricamente
politicante di pochi individui o di ristretti ceti sociali, ma fosse
una corrente ampia e profonda di rinnovamento spirituale, di carattere
religioso e morale innanzi tutto, fondata sopra una fede salda e
profonda in Dio, e nell'Umanità depositarla della legge divina
di progresso, fede che doveva investire e trascinare tutto il popolo.
Questo non doveva attendere dai sovrani la salvezza, ma effettuarla
per opera propria; e alla redenzione politica doveva accompagnarsi
quella sociale. La rivoluzione italiana doveva essere l'esplicazione
per l'Italia di un programma destinato a trasformare tutta l'umanità,
e che si riassumeva nel binomio « Dio e popolo». All'Italia
toccava, in questa opera di redenzione umana, la parte d'iniziatrice,
di propugnatrice, di modo che la sua causa diveniva quella dell'umanità
medesima, ed essa acquistava una funzione ed un valore universali,
per cui la Roma italiana avrebbe dovuto succedere, superandole moralmente,
alla Roma imperiale ed a quella papale. Sotto la guida italiana
i popoli associati contro i governi dovevano realizzare le libere
e solidali società nazionali, dalla cui cooperazione (ciascuna
secondo la propria misura e le specifiche attitudini) sarebbe scaturita
l'Europa nuova, organizzata per nazioni e gruppi di nazioni, e con
essa l'Umanità associata e redenta, avanzate sulla via di
un progresso indefinito verso una sub-umazione divina.
Mosso da tali idee, il Mazzini fondò nel 1831, a Marsiglia,
la Giovine Italia. Diceva il programma di questa: «La "Giovine
Italia" è la fratellanza degli Italiani credenti in
una legge di Progresso e di Dovere, i quali, convinti che l'Italia
è chiamata ad essere nazione, che può con forze proprie
crearsi tale..., che il segreto della potenza è nell'unità
e nella costanza degli sforzi, consacrano uniti in associazione
il pensiero e l'azione al grande intento di costituire l'Italia
in nazione di liberi ed eguali, Una, Indipendente, Sovrana».
«La "Giovine Italia" è repubblicana e unitaria,
repubblicana perché tutti gli uomini di una nazione sono
chiamati per legge di Dio e dell'Umanità ad essere liberi,
eguali e fratelli, e la istituzione repubblicana è la sola
che assicuri questo avvenire; unitaria perché senza unità
non vi è forza, e l'Italia circondata da nazioni unitarie
potenti e gelose ha bisogno anzitutto di essere forte». «La
nazione è l'università degli Italiani affratellati
in un patto e viventi sotto la legge comune».
Novità politica capitale del programma nel periodo della
Restaurazione era l'idea dell'unità italiana, adesso miraggio
incerto di pochissimi, e
in forma cosi precisa e risoluta non professata, si può dire,
da alcun altro. Una tale idea, propugnata dal Mazzini con quell'intimo
entusiasmo e con quell'altezza d'idealità che erano proprie
del suo spirito, fece di lui uno dei fattori capitali della nuova
Italia; mentre con l'associazione intima del programma politico
a un'azione di rinnovamento morale e all'idea religiosa di una missione
a pro di tutta l'umanità egli elevò il Risorgimento
italiano alla sua massima altezza, e più di ogni altro contribuì
a conferirgli un valore universale.
Il Mazzini cominciò subito l'opera di propaganda e di organizzazione.
Sorsero gruppi di affiliati alla Giovine Italia, in Genova con Jacopo
e Giovanni Ruffini, in Toscana con il Guerrazzi ed il Bini, in Romagna
con Luigi Carlo Farmi, in Umbria con Francesco Guardabassi, e un
po' in tutta Italia, attraendo anche resti della Carboneria. Sul
principio del 1832 cominciò a pubblicarsi e continuò
fino al 1834, con lo stesso titolo di « Giovine Italia »,
anche un periodico, introdotto di contrabbando nella penisola. In
esso il Mazzini svolse un'attività di scrittore continuata
più tardi in altri periodici e in opuscoli, oltreché
in un intensissimo carteggio, che gli dette un posto insigne nella
letteratura politica, morale, religiosa italiana.
Intanto sul trono di Sardegna a Carlo Felice, ultimo ramo diretto
di Savoia, era succeduto (aprile 1831) Carlo Alberto di Savoia-Carignano,
il principe reggente del 1821 implicato nei moti carbonari. Dopo
i fatti del 1821 la questione dell'esclusione del principe Carignano
era stata sollevata da Carlo Felice, che avrebbe voluto sostituire
a Carlo Alberto il figlio di lui, Vittorio Emanuele (nato nel 1820).
L'Austria fu contraria e il progetto venne abbandonato; si fece
però firmare al principe nel dicembre 1823 una dichiarazione
con cui s'impegnava a nulla cambiare delle leggi fondamentali dello
stato senza il voto di un consiglio di alti dignitari. Ciò
rispondeva ai nuovi sentimenti del principe, divenuto avversissimo
al liberalismo e che appena venuto al trono strinse un trattato
formale di alleanza con l'Austria.
La sua salita al trono ridestò tuttavia molte speranze. Lo
stesso Giuseppe Mazzini, nonostante il suo programma repubblicano,
gli indirizzò una lettera pubblicata a Marsiglia nel 1831,
invitandolo alla grande impresa di farsi re d'Italia. Nessun atto
del nuovo re rispose a quest'appello, e il Mazzini già alla
fine di quell'anno dichiarava la sua sfiducia in lui e intensificava
la propaganda rivoluzionaria nello stato sabaudo. Scoperta nell'aprile
1833 l'opera di questa nell'esercito, si ebbe una severissima repressione;
vi furono ventisette condanne a morte, di cui eseguite dodici (memorabili
particolarmente per patriottismo e nobiltà d'animo Andrea
Vochieri, fucilato ad Alessandria, per crudeltà e bassezza
sbirresche il generale Galateri governatore della stessa città,
che Carlo Alberto fece collare dell'Annunziata), molte a pene diverse
e all'esilio; fra gli esiliati fu il sacerdote Vincenzo Gioberti.
A Genova Jacopo Ruffini, carissimo al Mazzini, si uccise in carcere.
Per fatti di ben minore gravita che non quelli del 1821 e 1831 la
repressione di Carlo Alberto era stata più severa; non è
quindi da meravigliare se Carlo Alberto fu fatto segno all'esecrazione
dei liberali, e innanzi tutto del Mazzini e dei suoi che meditarono
l'assassinio del re e organizzarono una insurrezione nella Savoia.
Questa fu invasa con una colonna di poco più di un migliaio
di uomini, profughi italiani e d'altre nazioni; ma la spedizione,
capitanata da Gerolamo Ramorino, reduce dall'aver combattuto per
i Polacchi, si sciolse dopo una scaramuccia (febbraio 1834). Contemporaneamente
sarebbe dovuta scoppiare un'altra insurrezione a Genova, di cui
uno dei capi era il nizzardo Giuseppe Garibaldi (nato il 4 luglio
1807). Ma questi, lasciato solo, dove fuggire e fu condannato a
morte in contumacia con altri compagni. La stessa condanna toccò
al Mazzini nei processi del '33 dopo la spedizione di Savoia.
Il Mazzini non desistette dalla sua azione, anzi ne allargò
la cerchia accentuandone il carattere internazionale, con la fondazione
della Giovine Europa a Berna (1834), società divisa in tante
sezioni quante erano le nazioni a cui appartenevano gli iscritti.
Essa rappresentò più una affermazione d'idee che una
vera azione politica; tuttavia i governi europei, specialmente quello
francese, tanto premettero su quello svizzero che il Mazzini dovette
abbandonare la Svizzera e recarsi in Inghilterra (1837), interrompendo
per alcuni anni l'opera rivoluzionaria.
Anche in Lombardia la Giovine Italia aveva trovato adepti. La polizia,
avuto sentore della propaganda mazziniana, fece una serie di arresti
(1833); il processo si chiuse nel settèmbre 1835 con diciannove
condanne a morte tutte commutate. Moriva in quell'anno (marzo) Francesco
I e gli succedeva Ferdinando I (1835-48), minorato di mente, ed
un'amnistia liberò tutti i carcerati politici, parte dei
quali però vennero deportati, Nel 1838 il nuovo imperatore
venne a Milano a cingere la corona ferrea (6 settembre), accolto
con grandi feste seguite da un'altra amnistia. Ma i passi fatti
allora e in seguito contro l'eccessivo accentramento governativo
a nulla approdarono, e il breve idillio sfiori assai presto. Se
esisteva un partito di alti funzionari, nobili, alto clero, austriacante
per interesse e per amore del quieto vivere, le classi medie erano
ormai ostili e animate da sentimenti nazionali: le illuminava e
ispirava la letteratura e la pubblicistica di cui fra poco diremo.
Circa il 1840 il Mazzini riprese l'opera della Giovine Italia da
Londra con un centro di organizzazione e di propaganda a Parigi.
Terreno propizio fu la Romagna, ove i rivoluzionari cominciarono
a ricostituirsi e ad agitarsi, tentando nel 1843 una insurrezione
a Bologna, cui segui una lunga serie di condanne con sette esecuzioni
capitali (1844). Un altro moto scoppiò a Rimini nel 1845:
gli insorti chiedevano l'attuazione di un programma di riforme,
ma l'impresa non ebbe altro effetto che il consueto strascico di
processi. Ormai le carceri dello stato pontificio erano piene di
condannati politici, e in Romagna l'avversione al governo era divenuta
generale.
A Napoli Ferdinando II (1830-59) era salito sul trono a venti anni,
dopo il breve regno del padre. Era giovane dotato di non comuni
qualità personali e politiche. A lui, capo del più
ampio stato e del più forte esercito d'Italia, non compromesso
in alcun modo negli spergiuri e nella reazione del 1820 e degli
anni seguenti, si rivolsero molte speranze, ed al suo ingresso in
Napoli lo salutarono grida di « viva il re d'Italia ».
Ma il suo animo, invilito da quel tanto che c'era in lui di lazzarone
napoletano e infrenato da una religiosità superstiziosa e
bigotta, non era capace di elevarsi a così grande ideale.
D'altra parte egli intendeva governare da re assoluto, se anche
geloso della sua indipendenza, incline nei primi anni molto più
alla Francia che all'Austria, e favorevole a miglioramenti amministrativi.
I carbonari, delusi, ordirono nel 1832 due congiure, una delle quali
per uccidere il re, l'altra semplicemente per proclamare la costituzione,
ambedue scoperte e punite, ma con mitezza, tanto che si narra avere
i liberali bolognesi, ammirando la temperanza del re, inviato ad
offrirgli la corona d'Italia, offerta che il re avrebbe rifiutato
«per non saper che fare del papa». E certo il dominio
pontificio era un ostacolo immediato a qualunque ingrandimento del
regno di Napoli, ostacolo che il Piemonte non aveva. Vere e proprie
insurrezioni avvennero nel 1837 a Penne negli Abruzzi ed a Cosenza,
nel 1841 ad Aquila, seguite ora da esecuzioni capitali. Assai più
gravi furono i moti di Sicilia nel 1837, a Messina, Siracusa e Catania,
causati dalla persuasione che il colera, il quale faceva strage
nell'isola, fosse dovuto a polveri venefiche distribuite dal governo.
Un carattere costituzionalista ed autonomista tuttavia non mancò
al movimento, che fu punito con disumana severità dal ministro
di polizia Del Carretto. Da allora in poi il solco fra i Borboni
e la Sicilia andò facendosi sempre più profondo. Le
condizioni economico-sociali dell'isola, nonostante le leggi del
1812 eversive della feudalità che avevano portato un nuovo
ceto di proprietari, rimanevano sostanzialmente immutate, Intanto
si diffondevano nel regno la Giovine Italia e altre associazioni
segrete parteciparono alla loro azione Benedetto Musolino, Luigi
Settembrini, Giuseppe Massari; ma il grosso dei liberali napoletani
rimase lontano dal programma mazziniano. Un comitato costituzionale
a Napoli, con a capo Carlo Poerio, si manteneva in rapporto con
i mazziniani. Un moto generale in Sicilia e nella Calabria fu disposto
per il marzo 1844, ma scoppiò solo a Cosenza, e venne facilmente
represso. Quando tutto era finito, sbarcarono il 16 giugno in Calabria,
presso Cotrone, i mazziniani Attilio ed Emilio Bandiera, figli dell'ammiraglio
austriaco e disertori della marina austriaca, insieme con Domenico
Moro di Venezia, Nicola Picciotti di Frosinone, Domenico Lupatelli
di Perugia, ed altri pochi, Invano il Mazzini aveva cercato trattenerli;
essi erano persuasi che fosse necessario qualche esempio per scuotere
gli Italiani. Dopo avere errato a caso per qualche giorno, vennero
sorpresi e fatti prigionieri dalle truppe regie, si disse per tradimento
di uno di loro, il còrso Boccheciampe. Il 25 luglio 1844,
nel vallone di Rovito, dove l’11 luglio erano stati fucilati
cinque colpevoli dei moti di Cosenza, i fratelli Bandiera con sette
compagni affrontarono la fucilazione, cadendo al grido di «
Viva l'Italia, viva la libertà, viva la patria ». La
loro morte fece grande impressione e non fu pertanto inutile alla
causa d'Italia.
Scarsissima di risultati immediati, l'opera mazziniana ebbe importanza
grande come propaganda d'idee; fu veramente formatrice della coscienza
nazionale ed agitò innanzi all'opinione europea il problema
italiano, su cui l'attenzione veniva richiamata dai movimenti insurrezionali
e dalle condanne giudiziarie.


…
La situazione interna dei vari stati italiani non era riuscita a
trovare un assetto stabile. Cozzavano fra loro moderati, democratici,
repubblicani; municipalisti, federalisti, unitari. Al disotto si
agitavano i reazionari puri, con cui simpatizzavano i ceti rurali,
mentre inizi di movimenti socialistici spingevano a ritroso la borghesia.
A Napoli i liberali volevano modificare la costituzione in senso
più democratico, e una parte dei deputati eletti non volle
sapere del giuramento di mantenere la costituzione esistente; infine
il 14 maggio i liberali più avanzati presero a costruire
barricate. Ma il giorno seguente le truppe regie dispersero i rivoltosi
con largo spargimento di sangue; l'esercito dell'Alta Italia fu
richiamato e la Camera sciolta, indicendosi nuove elezioni. La nuova
Camera, convocata nel luglio, fu poco dopo prorogata. La Sicilia
persiste nel suo atteggiamento separatistico ed offerse la corona
a Ferdinando duca di Genova figlio di Carlo Alberto (11 luglio),
che non l'accettò.
A Roma un contrasto e un equivoco insanabili esistevano fra il pontefice,
che non voleva la guerra e intendeva avere la direzione sovrana
degli affari, e i liberali, che volevano la guerra ed un governo
realmente costituzionale. Dopo i ministeri Mamiani, che aveva convocato
nel giugno il parlamento, e Fabbri, il pontefice parve aver trovato
il suo ministro nell'economista e politico Pellegrino Rossi che
aveva rappresentato a Roma la monarchia orleanista, uomo assai energico.
Questi, ritenendo impossibile la guerra all'Austria, rifiutò
la convenzione militare richiesta dal Piemonte, e pur volendo accordi
con gli altri stati, si mostrò contrario ad una confederazione
italiana per timore del Piemonte. Ma il 15 novembre egli venne pugnalato
sullo scalone del palazzo della Cancelleria, mentre si recava alla
riapertura del parlamento. Seguì il 16 una dimostrazione
tumultuosa innanzi al Quirinale, che dette luogo a un conflitto
con la forza. Il pontefice si vide costretto a chiamare al potere
due uomini d'idee avanzate, lo Sterbini e il Galletti; ma il 24
novembre fuggì travestito da Roma recandosi a Gaeta, donde
nominò una commissione di governo al posto del ministero
e prorogò il parlamento. Questo invece nominò una
giunta di governo, che indisse le elezioni per una costituente.
Le elezioni, dichiarate nulle da Pio IX, dettero un'assemblea repubblicana,
che il 9 febbraio proclamò la decadenza, « di diritto
e di fatto », del pontefice dal governo temporale, e la repubblica
romana, aggiungendo che il pontefice avrebbe avute tutte le garanzie
necessario per l'indipendenza della sua potestà spirituale.
L'assemblea scelse nel suo seno un comitato esecutivo composto di
Armellini, Saliceti e Montecchi.
Anche in Toscana era accaduto qualche cosa di simile: man mano che
i moderati perdevano il controllo della situazione, si facevano
avanti necessariamente i democratici. Il 27 ottobre 1848 i democratici
erano venuti al potere col ministero Montanelli-Guerrazzi, che volle
mandare rappresentanti alla costituente romana per trasformarla
in italiana. Allora il granduca, abbandonata Firenze, s'imbarcò
a Santo Stefano per Gaeta (21 febbraio). Si costituì un governo
provvisorio col triumvirato di Guerrazzi, Montanelli e Mazzoni.
In Piemonte, dopo i brevissimi e debolissimi ministeri Casati e
Revel successi a quello Balbo, era venuto al potere il Gioberti
(dicembre 1848), appoggiato dall'agitazione democratica. Egli però
si andò distaccando dal partito democratico e mirò
ad un rafforzamento del potere governativo. Progettò una
spedizione in Toscana per restaurare il granduca e tenerne lontana
l'Austria; ma fu abbandonato dai colleghi e dal re e costretto a
dimettersi (febbraio 1849). I suoi colleghi rimasti al governo,
fra cui Urbano Rattazzi rappresentava la tendenza di sinistra, decisero
la ripresa della guerra, e fu denunciato l'armistizio (12 marzo).
La mediazione anglo-francese si era arenata definitivamente, per
l'ostruzionismo e l'intransigenza austriaca.
A capo dell'esercito, dopo le infelici prove fatte dai generali
regi, fu messo uno straniero, il polacco Alberto Chrzanowski, che
non riuscì meglio dei primi. Contro i 120000 Piemontesi,
composti in buona parte di nuove recluto e di volontari indisciplinati
e con una ufficialità largamente ostile alla guerra, sparsi
sopra una lunga linea dal Lago Maggiore al Po, il Radetzky mosse
il suo esercito agguerrito di 100000 uomini raggruppandolo presso
Pavia, e il 20 marzo passò il Ticino a La Cava, che il generale
Ramorino, il rivoluzionario del '34, contro gli ordini ricevuti,
non aveva occupato. La mattina del 21 un corpo di Austriaci venne
respinto alla Sforzesca, ma nel pomeriggio un altro occupava Mortara.
Il 23 marzo 50000 Piemontesi concentrati a Novara furono attaccati
con forze inferiori dall'austriaco D'Aspre alla Bicocca, che per
quattro volte fu da lui presa e perduta. I duchi di Savoia e di
Genova lo avevano ridotto a mal partito e si preparavano all'attacco
finale, ma non furono coadiuvati dallo Chrzanowsky. Ricevuti rinforzi
numerosi, gli Austriaci nel pomeriggio respinsero i Piemontesi,
rimanendo a sera padroni del campo.
Carlo Alberto, che invano aveva cercato la morte sul campo, chiese
un armistizio; ma, di fronte a inaccettabili esigenze del Radetzky,
abdicò quella sera stessa in favore del duca di Savoia, e
il giorno seguente abbandonò il Piemonte per recarsi in Portogallo,
a Oporto, ove morì il 28 luglio. Il duca di Savoia, divenuto
re col nome di Vittorio Emanuele II, concluse l'armistizio di Vignale,
per cui dovette impegnarsi a mettere l'esercito sul piede di pace,
a licenziare i volontari, e ad acconsentire che un corpo di 20000
Austriaci occupasse una parte del territorio fino alla conclusione
della pace.
Il contraccolpo immediato di Novara si ebbe in Toscana, ove i moderati
per prevenire un intervento austriaco rovesciarono il 12 aprile
il Guerrazzi, dittatore dal 28 marzo, e costituirono una commissione
governativa (Ricasoli, Capponi), che invitò il granduca a
rientrare nei suoi stati. Ma non si arrestò il D'Aspre, che
aveva già occupato Lucca, e vinta la resistenza di Livorno
( 10-11 maggio), entrò in Firenze il 25.
Dopo Novara anche re Ferdinando risolse di farla finita con la insurrezione
siciliana. Le milizie borboniche, le quali fino dal settembre 1840
avevano ripresa Messina, vinsero la resistenza dei Siciliani a Catania
(aprile), e l'11 i maggio costrinsero Palermo alla resa.
A Roma, ove la repubblica era minacciata, oltre che dalla vittoria
austriaca, dall'intervento francese, fu nominato con poteri assoluti
un triumvirato composto di Armellini, Saffi e Mazzini (29 marzo).
Pio IX da Gaeta si era rivolto alle potenze cattoliche e il cardinale
Antonelli, suo ministro, aveva proposto una occupazione collettiva
dello stato pontificio da parte dell'Austria, della Spagna, di Napoli
e della Francia. Le tre prime potenze accettarono senz'altro; in
Francia l'assemblea costituente era divisa fra l'ostilità
all'Austria - con la quale il presidente della repubblica eletto
nel dicembre 1848 a suffragio universale, Luigi Napoleone, avrebbe
voluto la guerra - e il desiderio di sostenere il potere temporale
caro ai cattolici, assai influenti, e del cui appoggio Napoleone
stesso aveva bisogno per le sue mire. Fu infine data al governo,
con formula equivoca, la facoltà di occupare alcuni punti
in Italia; e questo decise l'occupazione di Civitavecchia, dove
un corpo di spedizione sbarcò, sotto il generale Oudinot,
il 25 aprile 1849. Si trattava, in ogni caso, di creare un contrappeso
all'Austria, come era stato fatto da Luigi Filippo con l'occupazione
di Ancona.
A Roma erano convenuti per la difesa volontari di ogni parte d'Italia,
e innanzi agli altri la legione italiana comandata da Giuseppe Garibaldi,
che dopo lo scontro di Morazzone si era recato in Liguria e quindi
nellostato pontificio, ove aveva organizzato un nuovo corpo di
volontari. Il 50 aprile i Francesi attaccarono la città dalla
parte del Gianicolo, ma vennero respinti e sconfitti in una bella
giornata d'armi di cui Garibaldi fu l'eroe principale. Seguirono
un armistizio e trattative di pace, mentre si avanzava nel territorio
della repubblica un esercito napoletano che fu battuto da Garibaldi
a Velletri (19 maggio). Frattanto gli Austriaci prendevano Bologna
(i 6 maggio), e più tardi, dopo 27 giorni di resistenza,
Ancona (io giugno). Il 31 maggio il diplomatico francese de Lesseps
strinse col governo della repubblica una convenzione che l'Oudinot
dichiarò di non ratificare, avvertendo che il 4 giugno avrebbe
ripreso le ostilità contro la piazza. Poi improvvisamente,
all'alba del 3 giugno, l'Oudinot iniziò l'attacco alle posizioni
del Gianicolo, col pretesto che queste erano fuori della piazza.
Villa Corsini fu occupata (4 giugno), nonostante l'accanita difesa
contro un nemico assai superiore; non così la villa del Vascello,
e gli assalitori dovettero fare un regolare assedio e bombardare
la città. Infine il 29 giugno il Medici fu costretto ad abbandonare
il Vascello ormai in rovina; il 30 anche villa Spada venne occupata,
uccisi Luciano Manara e i suoi volontari lombardi dopo essersi battuti
fin coi coltelli. La resistenza non era più possibile: e
il 4 luglio i Francesi presero possesso della città. Garibaldi
fin dal 2 aveva iniziato con una parte di volontari una memorabile
ritirata, per cui, sfuggendo a Francesi e ad Austriaci, giunse nel
territorio di San Marino ove sciolse la sua legione e attraverso
peripezie romanzesche - mortagli presso la pineta di Ravenna la
moglie Anita che aveva sposata in America e gli era stata compagna
nelle sue eroiche imprese - si salvò in Liguria.
Altre resistenze valorose fece il popolo italiano a Broscia e a
Venezia. La prima, insorta durante la ripresa delle ostilità
fra Carlo Alberto e gli Austriaci, resistette dieci giorni alle
truppe del Nugent e dell'Haynau ( 23 marzo-1° aprile), il quale
ultimo dovette combattere fino entro le strade della città,
che ebbe dalla disperata lotta il nome di « Leonessa d'Italia
». Al principio di maggio venne la volta di Venezia, della
cui resistenza fu anima il dittatore (2 aprile) Mante. Il forte
di Marghera sulla terraferma, posizione importantissima, fu dovuto
abbandonare dopo ventidue giorni, ridotto a un cumulo di rovine
(4-26 maggio). Tuttavia Venezia resistette ancora al bombardamento,
alla fame, al colera, fino a che il 23 agosto fu sottoscritta la
resa, consentendosi alla guarnigione d'uscire con l'onore delle
armi e venendo concessa amnistia completa, salvo a quaranta cittadini
che presero la via dell'esilio, fra cui il Manin, il Tommaseo, Guglielmo
Pepe.
tratto da Sommario della storia d’Italia
di Luigi Salvatorelli - Einaudi 1938

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