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CHIESA di SANTA PRASSEDE

Chiesa di Santa Prassede a Roma
Chiesa di Santa Prassede a Roma

Chiesa di Santa Prassede 8

Chiesa di Santa Prassede a Roma

Chiesa di Santa Prassede 16

Chiesa di Santa Prassede a Roma

Chiesa di Santa Prassede 17

Chiesa di Santa Prassede a Roma

Chiesa di Santa Prassede 23

Roma Chiesa di Santa Prassede: Colonna della flagellazione di Cristo

Chiesa di Santa Prassede: Colonna della flagellazione di Cristo

Roma Chiesa di Santa Prassede Cappella di San Zenone

Chiesa di Santa Prassede Cappella di San Zenone 31

Chiesa di Santa Prassede a Roma

Chiesa di Santa Prassede 41

Chiesa di Santa Prassede a Roma

Chiesa di Santa Prassede 26

Chiesa di Santa Prassede a Roma

Chiesa di Santa Prassede Busto eseguito dal Bernini 45

 
Vedi anche: Chiese Medievali

Chiesa di Santa Prassede

Periodo Medioevo

Sorge questa chiesa sulla cima del clivo suburano, che passa per mezzo all' Esquilie, e però poco odistante da s. Maria Maggiore. Della sua prima fondazione non si hanno notizie positive. Peraltro il concilio di papa Simmaco tenuto nel 499 ci fa certi che fin da quel tempo esistesse; una lapide venuta in luce dal cimitero di s. Ippolito sulla via Tiburtina ci ricorda un PRESBYTER TITULI PRAXEDIS dell' anno 491, cioè sedente fel3; giacchè negli atti di esso si nominano due preti di questo titolo, Celio e Pietro. Il libro pontificale nella vita di s. Leone III, che fu nel 796, ricorda la chiesa di santa Prassede, per donativi fatti alla medesima. L' autore stesso nella vita di Pasquale I, vissuto circa ventidue anni dopo s. Leone III, narra, che Pasquale, stato prete di questo titolo, assunto al papato, rinnovò la chiesa, anzi che la mutò di luogo, facendone un' altra non lungi. Talchè questo sacro tempio, come oggi si vede, è opera di Pasquale I, il quale fece ornare la tribuna e l' arco maggiore con musaici. Pasquale riedificando quella basilica vi aggiunse due oratorj, uno a destra e l' altro a sinistra; il primo dedicato a s. Zenone, il secondo a s. Giovanni Battista, e dietro l' abside edificò un monastero con oratorio dedicato a s. Agnese.
S. Carlo Borromeo, essendone titolare, fece edificare la scala e la facciata principale, vi fece la porta nuova, e dentro il palco di legno intagliato: accomodò i gradini per salire all' altare grande, e cinselo con cancellate: rinnovò i sedili del presbiterio, fece formare le incrostature di belli marmi che sono sotto il curvo della tribuna; rifece il tabernacolo sostenuto da quattro colonne di porfido, ed ornò la facciata fuori dell' archo maggiore colle statua delle sante Prassede e Pudenziana. Un cardinale di casa Pallavicini, come ne fa fede l' arme, rinnovò il piano della chiesa, che è di tavole di marmo bianco, e fece dalle bande dell' altare maggiore due cori pe' monaci vallombrosani, che hanno congiunto alla chiesa il loro convento.
Si entra alla chiesa per un antico portico ornato di due colonne di granito; prima del quale sono due branchi di scale, in cui sono de' gradini di rosso antico, rari molto per la grossezza del masso. L' altar maggiore venne rifatto al modo che si vede nel 1730 dal cardinal Luigi Pico della Mirandola, il quale l' ornò anche che' un ciborio, d' un coro e d' una balaustrata, tutto fregato in marmi finissimi, valendosi dei disegni di Francesco Ferrari. L' altare rimane isolato ed il suo tabernacolo è retto dalle quattro colonne di porfido, come si disse. Nel presbiterio tra l' arco e la tribuna veggonsi sei belle colonne di marmo bianco, sostenenti due logge, fatte erigerer dal nominato cardinal s. Carlo Borromeo: le dette colonne sono scanalate, con dei fogliami e con capitelli convenienti allo stile gotico. Nel grande' arco e nella tribuna si ammirano le antiche pitture in mosaico, eseguite, conforme s' è notato, d' ordine di Pasquale I, nel IX secolo. Il mosaico dell' arco rappresenta la città santa, secondo l' Apocalisse cap. VII, cogli eletti e gli angioli che ne tengon la guardia. Quindici santi sono disposti in due serie ineguali nel piano inferiore, otto a destra del Salvatore, sette a sinistra. Quei santi sono: la beata Vergine alla di Roma del Redentore, Prassede, Pietro, Paolo, il Battista, poi gli altri apostoli: alle due estremità sono due personnagi posti più in alto, forse Elia e Mosè. Nel piano inferiore è raccolta la moltitudine dei martiri amicti stolis albis. Nella faccia dell' abside si scorge il mistico agnello a cui si prostrano adorando i ventiquattro seniori; l' abside propriamente esprime il Salvatore attorniato da parecchi santi. Il fregio che gira intorno alla tribuna contiene questi versi in lettere di mosaico:
EMICAT AULA PIAE VARIIS DECORATA METALLIS
PRAXEDIS DOMINO SUPER AETHRA PLACENTIS HONOR,
PONTIFICIS SUMMI STUDIO PASCHALIS ALUMNI
SEDIS APOSTOLICAE PARUM QUI CORPORA CONDENS,
PLURIMA SANCTORUM SUBTER HAEC MOENIA PONIT
FRETUS UT HIS LIMEN MEREATUR ADIRE POLORUM.

È da notare che la imagine di Pasquale I vedesi dipinta nella tribuna, avante nella destra la chiesa da lui edificata, ed attorno la testa il nimbo quadrato, segno che ancor viveva quando l' opera fu eseguita; si vede presso di lui il suo nome composto dalle lettere d lo formano intrecciate assieme.
Sotto l' altar maggiore è una cappellina ove si custodisce il corpo di s. Prassede, e parecchie altre reliquie. La nave di mezzo fu fatta dipinger tutta da Alessandro de' Medici, che poscia fu Leone XI, il cui ingresso è nella nave destra della chiesa. Quest' oratorio è adorno dei musaici di Pasquale, il quale lo dedicò a s. Zenone, ignoto santo che, nella lapide dello stesso papa ricordante la celeberrima traslazione da lui fatta delle reliquie a questa chiesa, vien detto presbyter. Nel secolo VII l' autore dell' epitome del libro De locis sanctis martyrum, lo appella frater Valentini; ed i due martiri infatti furono sepolti in quest' oratorio. L' oratorio è quadriforme, la volta a crocier poggia su quattro colonne poste agli angoli: altrettanti nicchioni quadrilunghi con volticelle occupano i quattro lati, due dei quali ora aperti servono d' ingressi alla cappella. È tutto adorno di musaici, nella volta, nei sottarchi, nelle pareti in alto; le pareti inferiori sono coperte di lastre marmoree; il pavimento è di opus tessellatum. La porta esteriore dell' oratorio sta sulla nave minore della chiesa, è decorata di epistilio marmoreo di stile del secolo III, retto da due colonnine, sul quale è posato un gran vaso antico di marmo; la fronte sulla porta è coperta di musaici; sull' epistilio si legge il seguente titolo:
[ALT dell' immagine: zzz] PASCHALIS PRAESULIS OPUS DECORE FULGIT IN AULA
QUOD PIA OBTULIT VOTA STUDUIT REDDERE DO.
Sul mosaico che sta su questa porta sono effigiate molte imagini clipeate, cioè a mezzo busto entro cerchi, attorno al vano d' una finestra. La prima serie presso la finestra ha nel sommo dell' arco la beate Vergine col bambino in grembo, e ai due lati due santi che dalle tonsure clericali apprendonsi chierici, essi sono Valentino e Zenone; poi vengono otto sante riccamente addobbate, cioè Pudenziana e Prassede, ed altre sante vergini e matrone.
La seconda serie d' imagini clipeate rappresenta il Salvatore e gli apostoli; ai piedi di questa serie entro quadretti sono effigiati due busti di pontefici con tiara cinta d' una sola corona, ma sono opera posteriore, cioè del secolo XIII.
La volta dell' oratorio tutta splendente di fondo d' oro è adorna di quattro angeli ai quattro spigoli della crocera ritti sopra celesti sfere che colle braccia alzate sostengono un disco centrale in cui regna il busto del Salvatore. Sotto la volta, nelle pareti, sono effigiate figure di santi nel celeste giardino; di fronte alla porta la beata Vergine ed il Battista; a sinistra Prassede, Pudenziana, Agnese; a destra gli apostoli Andrea, Giacomo, Giovanni; sulla porta principale vi è il trono di Cristo adorno della sua croce, fiancheggiato da Pietro e Paolo. Il mosaico che adornava la lunetta di fronte alla porta è stato mutilato: rappresentava la trasfigurazione del Salvatore; la nicchia e lunetta a destra sono ora chiuse da cancellata e occupate da un padiglione in stucco, opera del secolo XVII, ad ornamento della colonna della flagellazione; ivi è l' arca marmorea che conteneva le ceneri dei ss. Zenone e Valentino, la quale fu aperta e le reliquie rimosse nel 1699. Nella lunetta su quell' arca il Ciampini vide tre imagini a mezzo busto, cioè Gesù col nimbo crucigero fra due santi tonsurati, ossia Zenone e Valentino. Di fronte alla nicchia destra ve nè una simile ora aperta nel fondo per dare ai fedeli comodo di vedere la santa colonna; quivi Pasquale pose il corpo di sua madre Teodora; nella lunetta del sottarco è effigiato l' agnello sul monte, da cui sgorgano i quattro rivi ai quali si dissetano i cervi. Al disotto si vedono quattro busti femminili, il primo col nome: THEODOra EPISCOPA, col nimbo quadrato in capo; gli altri anonimi, ma sono quelli di Maria Vergine, di Pudenziana e Prassede. Appiè del sottarco di questa nicchia è il quadretto della discesa di Gesù all' inferno; il Salvatore è accompagnato da un angelo e ne trae le anime dei patriarchi, primi dei quali sono Adamo ed Eva. Sopra l' altare di fronte alla porta è una piccola nicchia, entro la quale è effigiata a mosaico la Vergine fra Pudenziana e Prassede; presso il capo di Maria si leggono le lettere MP EM (Mater Emmanuel), ma questa è opera del secolo XII o XIII.
La detta cappella altre volte si chiamava orto del paradiso, e altrimenti s. Maria libera nos a poenis inferni.
Dalla parte diritta si custodisce con molta venerazione una antica colonna di diaspro sanguigno, portata in Roma nel 1223 sotto Onorio III dal card. Giovanni Colonna, che la pigliò in Gerusalemme, a causa di una tradizione per la quale si riteneva vi fosse stato legato il Salvatore quando venne flagellato: essa è alta palmi 3, ed il luogo ove è riposta fu ornato da Ciriaco Lancetta uditore di Rota. Nel vano a sinistra presso la nominata cappella si ammira il bel sepolcro del cardinal Alano Celtive d' signori di Taillebour in Bretagna, vescovo di Sabina sotto Sisto IV, morto nel 1474, ed è una bella e pregevole opera di scultura. Di faccia alla cappella stessa vedesi il ritratto di monsignor Gio. Battista Santoni, scolpito dal Bernini, e questo fu il primo lavoro di tal genere da lui fatto, in età, come si vuole, d' anni dieci.
Nel fondo della nave sinistra v' ha una lunga tavola marmorea, sulla quale, secondo una pia leggenda, s. Prassede soleva dormire per mortificare il suo corpo. Da sette secoli i monaci di Vallombrosa posseggono questa chiesa, ai quali fu affidata da Innocenzo III. Fra le più antiche e più belle torri campanarie di Roma, è, a parer mio, da annoverarsi quella della nostra chiesa. Importante poi fra gli altri rendono il campanile suddetto antichissimi dipinti in affresco che ne decorano le interne pareti. Il primo fra i moderni ch' abbia fatto menzione di quei dipinti è il nostro Francesco Cancellieri, il quale, in quell' oceano burrascoso d' erudizione, come possono dirsi le sue opere, ne parla nel libro che ha per titolo: Le due nuove campane di Campidoglio. Ecco le sue parole:
In questo campanile (di s. Prassede), sopra i muri dell' interno, vi sono al secondo piano alcune pitture antichissime rappresentanti i fatti dell' istoria di s. Agnese. È una disgrazia che esse trovinsi in gran parte scancellate; nulladimeno vi sono ancora molte figure intiere e nel fine delle cornici vi sono varie lettere che spiegano alcuni fatti della sua vita."
Benchè il Cancellieri non esaminasse le pitture e le iscrizioni dichiarative delle medesime, asserì purtuttavia, neanche dubitando del contrario, che esse rappresentassero di cero varj episodj del martirio di quella santa. Fondò egli questo suo giudizio appoggiandosi ad un passo del libro pontificale, ove nella vita del papa Pasquale I leggesi che quel pontefice fece un orato in questo monastero dedicato a quella martire: Hic benignissimus praesul fecit in iam dicto monasterio oratorium beatae Agnetis Christi Virginis mirae pulchritudinis exornatum. Che, infatti, nell' ambito di questo monastero esistesse veramente un oratorio dedicato a sant' Agnese, lo dimostra anche l' antica iscrizione del secolo XII, oggi conservata nel museo lateranense, ove si legge che un tale Marco abbate di quel medesimo monastero dedicò un altare a quella santa. Tuttociò persuase a questi, oltre il Cancellieri, discorsero di quelle pitture esistenti nel campanile di s. Prassede, che esse rappresentassero le circostanze del martirio di s. Agnese fattevi dipingere nel secolo IX dal papa Pasquale.
Senonchè, essendomi io accinto ad un accurato esame di quei dipinti, m' avvidi con mia grande sorpresa che essi non hanno relazione veruna con s. Agnese e i suoi atti. Onde dovetti escludere del tutto l' idea che il luogo in questione sia il famoso oratorio di s. Agnese. Per lo contrario ivi sono rappresentate varie scene allusive ad altri martiri ed in guisa particolare ai santi Celso e Giuliano, Crisanto, Daria, Ilaria, Giasone e Mauro, la cui solennità è celebrata negli antichi martirologj il 9 gennaio e il 25 ottobre. Queste pitture sono divise in altrettanti quadri disposti a tre ordini, gli uni sopra gli altri, e sotto ciascun quadro corre una fascia rossa, ove con lettere bianche sono scritte le cose dichiarative dei soggetti in essi espressi. Disgraziatamente, dei quadri del prim' ordine non rimangono che laceri residui appena discernibili, mentre di quelli del secondo e del terzo ho potuto decifrare con grande fatica pressochè tutte le iscrizioni. Ora, siccome prima di me niuno, per quanto sappia, aveva potuto leggere quelle iscrizioni, perciò credo opportuno renderle ora di pubblica ragione. Comincio dalla fascia della parete di mezzo. Ivi, sotto il primo quadro, si leggono le parole:
H UBI SCS IULIANUS FUSTIBUS CEDITUR
H UBI PUER CELSIUS SCO IULIANO . . . . .
H . UBI . CELSIUS . CREDIDIT . DOMINO . SCO . IULIANO
H UBI LEO IGNEM . . . . . . ES . . . . . .
Vengono quindi le iscrizioni della parete a sinistra che sono le seguenti:
H . . . . . . . . SEPULTA EST . . . . . . . . . . . .
H UBI SCS IULIANUS IN IGNEM ASSUS EST
H UBI MARCIANUS ASSI MARTYRIS . . . . . .
H UBI . . . . . . . . CURRUNT IGNE CREMARI.
Alle scene della passione dei ss. Celso e Giuliano tengono dietro altre allusive ai martiri Crisanto e Daria, che, come narrano i loro atti, vennero sepolti sotto le macerie d' un' arenaria della via Salaria per ordine dell' imperatore Numeriano. Così infatti ricavo dalle epigrafi sottoposte che sono del tenore seguente:
H UBI NUMERIANUS IMP IUSSIT SCM CRYSANTU
IN CATASTA EX . . . . . . . . . .
H . . . . . . VA SCS CRYSANTUS ET D . . . .
H UBI NUMERIANUS IMP AREN . . . PRAECIPITAR .
H . . I STORICA DARIA SEPELIVIT IARSION (sic) ET
MAURUS FILIIS SUIS (sic)
H UBI STORICA DARIA COMPRENSA EST
H UBI SCS CRYSANTUS IN CARCERE AT . . . .
Mi sembra inoltre pregio dell' opera avvertire che le suddette iscrizioni sono tolte di peso dalle parole degli atti di questi personaggi, cosicchè l' artista le ritrasse avea sott' occhio quegli atti, quali oggi possediamo ancora noi.
Ma anche un' altra circostanza rende importante le pitture in proposito. I ss. Crisanto e Daria dal cimitero di Trasone nella via Salaria furono, come tutti gli altri martiri storici, tradotti nell' epoca dei trasferimenti dei martiri dentro Roma. Ora, circa la traslazione di questi santi vww una qualche confusione. Imperocche la storia e i monumenti ricorderebbero due traslazioni dei medesimi dai cimiteri nell' ino della città; ciò che è inammissibile. La prima traslazione è segnata nel secolo VIII sotto il papa Paolo I (757-767), la seconda nel secolo IX sotto Pasquale I (817-824). La prima è ricordata in un costituto di quel pontefice e in una iscrizione pubblicata dal card. Mai, l' altra nella famosa lapide di s. Pasquale. Questa celeberrima epigrafe originale si conserva ancora nella nostra chiesa, ed è murata nel pilastro a sinistra della parte della porta nuova della detta chiesa. È scolpita sopra lunga lastra di marmo frigio. Esso porta la data del 20 luglio dell' 818; ivi si ricorda che il papa dai diruti cimiteri trasferì in questa chiesa i corpi di 2300 martiri, le cui reliquie egli, propriis manibus, ripose in quella chiesa medesima e nei tre oratorî che vi fabbricò. I Bollandisti che trattarono siffatta questione non seppero decidere una tale controversia. Oggi, dopo la lettura e la scolpita di queste pitture, troviamo che un monumento contemporaneo a papa Pasquale e forse ordinato da quel pontefice in s. Prassede ci rappresenta gli episodj principali di quei martiri. Ciò mi sembra favorire la sentenza che la traslazione genuina di quei santi accadesse sotto Pasquale e non già sotto Paolo I.

Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX - di Mariano Armellini - 1891

 

Nei mosaici di Santa Prassede, lo sviluppo delle masse delle figure in profondità suggerisce di allontanare il cielo con file di nuvole in prospettiva; nella stessa chiesa, nella volta del sacello di San Zenone, il Cristo portato in gloria dagli angioli recupera addirittura il tema trionfale romano della "imago clipeata" e, ciò che più conta, la figurazione aderisce alla forma architettonica e ne forma, visivamente, la struttura portante.
Nell'architettura, il mutamento tecnico e stilistico è ancora più evidente. Già nell'VIII secolo maestranze lombarde (originarie di Como, onde il nome di magistri comacini, ma migranti) avevano introdotto soluzioni costruttive empiriche, suggerite dalla prassi del fabbricare: con risultati opposti a quelli dell'architettura paleocristiana e bizantina, fatta di proporzioni numeriche, di piani geometrici, di volumi di luce.

Argan


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