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Vedi anche: Chiese Medievali | Trastevere
Santa Maria in Trastevere
Periodo Medioevo
La prima chiesa è questa, che fosse dedicata in Roma alla Ba Vergine. Niccolò V la rinnovò, valendosi dell'architettura di Bernardo Rosselino; e il s. Pontefice Pio V vi eresse il Capitolo de' Canonici, e Benefiziati, che l'uffiziano presentemente.
Nel portico sono quattro colonne di granito di ordine jonico, e 21 simili sono nelle tre navate, e 4 negli archi di ordine corintio.
Nell'altare dedicato al So Crocifisso le immagini di Maria Vergine, e di s. Giovanni, sono d' Antonio Viviano da Urbino, detto il Sordo, allievo del Barocci.
La prima cappella a man destra è de' Signori Bussi, ove è il deposito del Cardinale di quella famiglia. La tavola di s. Francesca Romana è del Zoboli.
La cappella del Presepio, che segue, era dipinta da Raffaellino da Reggio, ma essendo andata male fu rifatta dal Card. Fini tiene, che vi fece porre un quadro di Pietro Nelli.
Nell'altra cappelletta vicino alla porta di fianco era un quadro con un santo Vescovo assalito da un manigoldo, di Giacinto Brandi, ma quì è la copia, e l'originale è in sagrestia. Allato alla porta del fianco è il deposito del Card. Corradini col suo ritratto, fatto da Filippo Valle scultore, che fece il disegno di questo deposito; e nella cappella contiguo all'altar maggiore, architettata da Domenico Zampieri, si vede negli scompartimenti della volta un puttino, che sparge fiori, colorito a maraviglia da lui medesimo, che dovea dipinger tutta la cappella.
La tribuna dell'altar maggiore è ornata di mosaici antichi, e più basso ve ne sono di Pietro Cavallini. Il dipinto nel coro con lavori dorati è di Agostino Ciampelli; avanti di cui è il ciborio sostenuto da quattro colonne di porfido. Sul pilastro destro è il busto di marmo, e il deposito del gran Cardinal Osio, e dall'altra parte è un deposito di marmo, con la santissima Annunziata di sopra, colorita dal Sordo d' Urbino. Nell'ultimo pilastro a man sinistra della navata di mezzo è murato un pezzo di mosaico antico, ove sono certe anatre, e sotto è una Nunziata di bassorilievo in marmo, disegno del Buonarroti.
La cappella del Santissimo allato all'altar maggiore, architettata da Onorio Lunghi, è tutta dipinta da Pasquale Cati da Jesi, dov' è da una parte il Concilio di Trento, e dall'altra parte Pio IV, che fa Concistorio, e sopra l'altare è il suo ritratto con quello del card. Marco Sitico de' Conti d' Altemps, e di fuori vi sono altre pitture finte di mosaico fatte da Paris Nogari Romano.
Passata la porta della sagrestia è la cappella de' Signori Avila, fatta con bizzarra, e capricciosa architettura da Antonio Gherardi, che vi ha fatto anche il quadro con un s. Girolamo; e poco più avanti è quella di s. Gio: Battista, dove la tavola è d' Antonio Caracci. Appresso è la cappella di s. Francesco, dipinta col suo quadro, e diversi fatti del Santo, dal Cav. Guidotti, ma la lunetta a man sinistra pare di Ventura Salimbeni.
All'ultimo della chiesa si vedeva una nicchia fatta in forma di cappella col disegno di Onorio Longi, nella quale sta il Fonte battesimale, e le pitture erano del Cav. Celi, ma ora sono perite, ed è tutta abbellita di stucchi per munificenza dello stesso Card. Fini.
La Vergine Maria, che va in cielo con diversi Angioli, figurata nel mezzo del soffitto, è opera del Domenichino suddetto, di gran fama, di cui è disegno bizzarissimo tutta la soffitta; ed il fregio composto di fogliami e Cherubini, che sta attorno alla nave di mezzo della chiesa, fu dipinto ad affresco da Cesare Conti d' Ancona.
Aveva questa chiesa un portico molto deforme, con semplice tetto tutto aperto, e rozzamente fatto, dal che mossa la S. M. di Papa Clemente XI per affetto, che portò in particolare a questa basilica, in cui riposano le ceneri de' suoi antenati ivi sepolti, fece di nuovo rifar detto portico, e ferrarlo con cancelli di ferro; e con tale occasione decorò il mosaico sopra con ornamenti di stucco, che fanno anche finimento alla facciata, il tutto con disegno e direzione del Cavalier Carlo Fontana. Sopra il detto portico si vedono quattro statue di marmo, che rappresentano quattro santi Pontefici, i cui corpi si venerano in questa santa basilica. Il s. Calisto è di Monsù Teodone, il s. Cornelio è di Michele Maglia, il s. Giulio di Lorenzo Ottone, e ili s. Quirino di Vincenzo Felici.
Armellini
Cavallini, Pietro
(seconda metà del xiii sec., prima metà del xiv). È possibile
dedurre dai documenti ch’egli nacque verso il 1250 e che
morí quasi centenario, dopo una lunga e fortunata operosità
svolta nelle maggiori chiese romane e napoletane per committenti
di alto rango, come Pietro di Bartolo Stefaneschi,
Carlo e Roberto d’Angiò. La sua opera piú antica fra quelle
superstiti è la decorazione a mosaico nell’abside di Santa Maria in Trastevere (1291: tale data, ricostruita in base a
testimonianze antiche, è oggi sottoposta a discussione) recante
il nome dell’artista, che vi rappresentò sei episodi della
Vita della Vergine e la figura del donatore Stefaneschi presentato
alla Vergine da san Pietro. Soltanto qualche anno
dopo, il Cavallini eseguí gli affreschi della chiesa di Santa Cecilia
in Trastevere dei quali si è conservata parzialmente la grande
scena del Giudizio riscoperta nel 1901 dietro gli stalli del
coro monastico, certamente la sua opera piú matura e importante.
Nel 1308 è documentata la sua presenza a Napoli,
dove lavora per gli Angiò, ma la partecipazione di collaboratori
e soprattutto le distruzioni e le gravi alterazioni successive
permettono di riconoscere con difficoltà la sua mano
in un affresco del duomo (Alberto di Jesse) e in talune parti
degli affreschi nella chiesa di Santa Maria Donnaregina
(Giudizio finale, Apostoli e profeti). Quasi completamente
perduto è il mosaico ch’egli eseguí per la facciata della basilica
di San Paolo a Roma circa nel 1321 e sono perdute molte
fra le opere romane ricordate dal Ghiberti e dal Vasari
(decorazione ad affresco della navata di San Paolo, del 1270
ca., e della controfacciata di San Pietro; e cicli in San Francesco
a Ripa e San Crisogono). Al Cavallini spetta un posto di primo
piano nella pittura del tardo xiii sec. e del principio del
xiv, accanto a Cimabue, a Giotto, a Duccio. Per un pittore
della sua generazione era naturale un’educazione ancora fondata
sui modelli bizantini; ma il suo atteggiamento nei confronti
della tradizione non fu di passiva assimilazione dei
piú fortunati manierismi bizantini ma di libera e grandiosa
rievocazione delle forme piú alte e anche piú antiche di
quell’arte. In questo senso, il Cavallini percorse l’unica vera grande
strada della pittura romana tardomedievale, avendo alle
spalle l’analoga esperienza del Terzo Maestro di Anagni. Su
questo tronco maggiore dell’arte romana egli ebbe il genio
d’innestare le esperienze piú ardite del suo tempo: prima
quella dell’arte di Cimabue (che nel 1272 era a Roma), poi
quella dell’assisiate Maestro di Isacco e di Giotto. La tesi
che i rapporti fra il Cavallini e l’arte giottesca debbano intendersi
in questo senso appare piú convincente dell’altra che tende
a considerarlo il «maestro romano di Giotto». Ma, in ogni
caso, la grandezza del pittore romano si rivela proprio nell’incontro
con l’opera di Giotto. È vero che l’ampiezza e la solidità
formale delle figure affrescate a Santa Cecilia costituiscono rispetto ai mosaici di Santa Maria in Trastevere un
balzo in avanti che può spiegarsi solo con l’influenza giottesca;
ma il ruolo tutto particolare assegnato al colore, che
costruisce in modo autonomo la forma, la predilezione per
ombre intense e soffuse, che lasciano emergere con placida
solennità la figura, infine la creazione di una realtà fisionomica
che sa esprimere nello stesso tempo eletta sacralità e
umano appagamento sono caratteri inconfondibili della personalità
del pittore romano, cui conferiscono altezza poetica
e potente individualità di accento. La pittura del tardo
medioevo nell’ambiente romano e napoletano e la pittura
umbra del xiv sec. dimostrano di avere largamente profittato
della conoscenza dell’arte cavalliniana. (bt).
Tra le altre opere romane di C, o riferibili comunque alla sua
cerchia, vanno ricordate ancora la decorazione del catino absidale
di San Giorgio al Velabro (ultimo lustro del xiii sec.),
la lunetta con La Madonna tra i SS. Francesco e Tommaso
d’Aquino sulla tomba di Matteo d’Acquasparta e – con maggior
sicurezza d’autografia – i resti della decorazione della
Cappella Savelli in Santa Maria Aracoeli. Recentemente
(1976) F. Zeri ha riferito al Cavallini un Redentore frammentario,
su tavola (Roma, camposanto teutonico), opera sulla quale
è tutt’ora aperta la discussione. Anche la cronologia e i documenti
collegati al Cavallini sono stati fortemente revocati in dubbio
da L. Bellosi (1985) il quale non ne accetta la tradizionale
identificazione con il «Petrus dictus Caballinus de Cerronibus
» di un atto del 1273, né la data di nascita, fissata
tra il 1240 e il 1250. Lo studioso propone una diversa cronologia,
piú tarda di quella comunemente accolta, riaprendo
la questione – già lungamente dibattuta – dei suoi rapporti
con la cultura bizantina e dell’apporto giottesco al rinnovamento
dell’ambiente pittorico romano, di cui Cavallini fu in
ogni caso l’indiscutibile protagonista.
Storia dell’arte Einaudi

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