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Santa Maria in Cosmedin
Dirimpetto è situata questa antichissima
chiesa, detta anche scuola Greca. Si crede essere stata eretta sulle
rovine del tempo della Pudicizia Patrizia da s. Dionigi
papa, e che sia stata la seconda chiesa dedicata in Roma alla Beata
Vergine. Fu rifabbricata magnificamente, secondo l'uso di quei tempi,
da s. Adriano I, e di poi ristorata da diversi sommi
Pontefici; come più diffusamente si può vedere nella
storia della medesima chiesa scritta da Giovanni Mario Crescimbeni.
Clemente XI fece rimettere nel suo antico piano la detta chiesa,
e fecevi la facciata
col portico
con architettura di Giuseppe Sardi; facendo abbassare la gran piazza,
acciò corrispondesse a livello del piano della medesima chiesa,
ed ornolla con una nobile fontana eretto nel mezzo della piazza.
All'altar maggiore vi sono quattro colonne
di particolar granito rossigno, le quali sostengono il tabernacolo
gotico.
l'antichissima imagine della Beata Vergine col Bambin
Gesù di maniera greca, esposta nella tribuna maggiore, è
ferma tradizione, che fosse quà trasportata da' Greci nella
persecuzione delle imagini sotto Leone Isaurico.
Il coro d' inverno per i canonici è architettura di
Tommaso Mattei, e le storie dipinte a guazzo sulle pareti laterali
della cappella del coro suddetto, rappresentati San Giovanni
Battista che battezza Gesù Cristo, e l'altra l'istesso Santo
che predica nel deserto, sono opere di Giuseppe Chiari, col disegno
del Cav. Carlo Maratta.
Nel muro a piè della chiesa da i lati della porta maggiore
si vedono murate due grosse colonne
scannellate di marmo greco d' ordine Corintio, ed altre tre
simili situate alla sinistra, con altre tre a destra verso la sagrestia,
ciascuna delle quali ha palmi dieci in circa di circonferenza, e
sono avanzi del suddetto antico tempio della Pudicizia Patrizia,
o del di lui portico.
Sotto il portico
di questa chiesa è una gran pietra circolare di marmo rosso,
dov' è scolpita una gran testa di bassissimo rilievo,
che ha gli occhi, e la bocca traforata, di cui si racconta dal volgo
una favola, cioè, che nella bocca metteva la mano chi giurava;
e chi giurava il falso, non la poteva estrarre, e per ciò
questa chiesa s' appella volgarmente la Bocca della Verità.
È verisimile, che questo marmo fosse in mezzo a un cortile,
postovi per chiusa d' una fogna, o chiavica, che dava sfogo
all'acqua.
Le schede informative sono tratte da Descrizione
delle Pitture, Sculture e Architetture esposte in Roma di Filippo
Titi stampato da Marco Pagliarini in Roma 1763
Secondo gli ultimi studi, fatti nel recente
restauro, questa basilica si comporrebbe di tre edifici distinti
e sovrapposti in epoche diverse. Il primo, e perciò il più
antico, sarebbe stato un tempio a Cerere Libera e Libero di cui
rimangono a tracce visibili nel sotterraneo che è opus quadratum
di tufo rosso. A questo si sovrappose più tardi, o meglio
si adattò, un grande edificio imperiale, una delle statio
annonae, distribuite nei vari quartieri della città. E di
una tale costruzione rimangono ancora al posto loro le colonne scanalate
e gli archetti decorati di buoni stucchi del secolo iv. A cementare
questa ipotesi fu rinvenuta, negli scavi del 1715 una base votiva
al Divo Costantino Crepejo, prefetto dell'annona. Finalmente sugl'inizi
del secolo vi, caduta in rovina la costruzione pagana si pensò
di costituirvi accanto una anche perchè la chiesa simbolicamente
aveva stabilito di creare le ovunque vi fosse una horrea publica,
quasi per dar loro significato di nutrimento divino e per aiutare
più facilmente i poveri della regione. Finalmente Adriano
I nel 772, fatto distruggere il tempio pagano e l'edificio romano
con grande spesa e grande impiego di braccia, col ferro e col fuoco
- i lavori durarono più di un anno - ridusse il terreno intorno
a una grande piattaforma su cui venne edificata la nuova chiesa.
In quell'epoca i quartieri vicini al Tevere erano popolati di greci,
scampati da Costantinopoli per le persecuzioni iconoclaste: il pontefice
dette ai Greci la chiesa che fu allora chiamata in Schola Graeca
da taluni e da altri in Cosmedin (secondo un appellativo che si
ritrova nelle chiese ravennati e comune a quei popoli e a quei tempi,
dal greco ?????? adornare) per la grande quantità di abbellimenti
coi quali il pontefice l'aveva arricchita. In questa costruzione
vi furono fatti i matronei, comuni alle chiese orientali, e le tre
absidi che tuttora vi rimangono. Un secondo restauro l'ordinò
Nicolò I (858). Nel secolo xi altri lavori vi furono eseguiti,
di cui rimangono tracce nelle pitture murali e nella mostra marmorea
della porta maggiore firmata Johannes de Venetia. Nel 1118, essendovi
stato eletto papa Gelasio II (Gaetani) questi pensò di arricchirla
con nuovi abbellimenti, che furono interrotti dalla sua morte ma
proseguiti con amore da Alfano, camerlengo di Calisto II suo successore
immediato. In questo restauro importantissimo, vennero chiusi i
matronei, spostate le colonne, ricostruito il portico, elevato il
campanile, adornate di nuove pitture le pareti, e messi in opera
i lavori dei marmorarii Romani. Nel 1435 Eugenio IV (Condolmieri)
donò la chiesa ai Benedettini. Nel 1513 Leone X (Medici)
la tolse loro per costituirla in collegiata, finchè nel 1570
S. Pio V la trasformò in parrocchia. Nel 1715 Clemente XI.
(Albani) abbassò il livello della piazza circostante fino
al piano della basilica rimasta così interrata che per l'umidità
risultante era difficile officiarvi tanto che esiste un certificato
medico dell'epoca di Alessandro VII (1655, Chigi) col quale i canonici
domandavano al papa di essere esentati da funzioni troppo lunghe
in quella chiesa. Nel 1718 il cardinale Albani la decorò
della nuova facciata che fu disegnata da Giuseppe Sardi il quale
credè bene di aggiungere un orologio al campanile. Nel 1758,
il cardinale De Lanceis ricostruì il presbiterio modificando
l'antica Schola Cantorum e manomettendo gli amboni cosmateschi.
Nel 1893 la Società d cultori e amatori di architettura,
propose al cardinal De Ruggero, titolare di S. M. in Cosmedin e
al Ministero della pubblica istruzione, un completo ripristinamento
della chiesa, proposta che fu accettata dandosene incarico a una
commissione di architetti composta, dei seguenti artisti: Bazzani,
Boggio, Busiri, Caroselli, Ciavarri, Cozza, D'Amico, Kanzler, D'Avanzo,
Mazzetti, Ojetti, Palombi, Passerini, Pistrucci, Retrosi, Stevenson,
Tognetti, Zampi, e sotto la presidenza di G. B. Giovenale che divenne
il direttore dei lavori compiuti nel 1899.Portico. - A destra della
porta centrale: sepolcro di Alfano, camerlengo di Pasquale II e
restauratore della chiesa (1123). Di fronte alla porta: due mascelle
di balena, trovate sulle sponde tirrene, e appese come nel portico
della chiesa. A sinistra: grande ruota marmorea a figura umana detta
bocca della verità. Vuole la tradizione che nel medioevo
si usasse giurare ponendo la mano destra nella bocca di quel volto
smisurato, la quale bocca si sarebbe chiusa se il giuratore avesse
asserito il falso. Questa tradizione, è ancora viva nel popolo
ai nostri giorni. Ma sembra in verità che rimonti a una più
antica origine. Il volto, sarebbe stato un antico puteale che conservava
le acque sacre a Mercurio sulle quali venivano i mercanti del vicino
Foro Boario a purgarsi dei loro spergiuri con una formula che ci
è conservata da Ovidio:
Ablue praeteriti perjuria temporis, inquit:
Ablue praeterita perfida cerba die.
(Egli disse: Cancella gli spergiuri del tempo passato, cancella
le cattive parole pronunciate durante il giorno).
Questo puteale fu quivi trasportato, dalla parete esterna dove si
trovava, nel 1632 dal canonico Placidi.
Interno. - A tre absidi e tre navi divise da dodici colonne di granito
adorne di capitelli tolti dall'antico tempio romano, meno quello
della quinta colonna a sinistra che è bizantino del vi secolo.
È, del resto, il primo esempio di basilica a tre absidi che
si conti nella storia dell'architettura italiana. Nelle pareti,
in alto, traccie di affreschi del secolo xi, che adornavano in origine
tutta la chiesa. Altar maggiore: tabernacolo di Adeodato, quarto
figlio del vecchio Cosma, come risulta dall'iscrizione DEODAT' ME
FEC. (Circa l'anno 1294). Pergola marmorea in cui sono due plutei
bizantini del secolo ix, adoperati più tardi dai marmorarii
nel restauro di Pasquale II: uno adorno di pavoni, l'altro di gigli
e d'intrecciature mistilinee. Ambone e pavimento del secolo xii:
il cero pasquale fu aggiunto posteriormente. Nella base di esso
vi è questo distico:
Vir probus et doctus Paschalis rite vocatus
Summo cum studio condidit hum cereum
(L'uomo probo e dotto, chiamato a buon conto Pasquale, con grande
studio eseguì questo cero).
Però il solo leone è di Pasquale, il cero fu donato
dal canonico Crescimbeni nel 1716, in sostituzione dell'antico che
dicono trasportato a Firenze. A sinistra: Cappella del fonte battesimale,
edificata nel 1727 dal cardinale Albani e dipinta dal Triga. L'urna
di marmo, coi simboli bacchici, apparteneva probabilmente al tempio
primitivo di Cerere e Libero - Cappella del SS. Sacramento edificata
nell'ultimo restauro per mettervi l'altare che si trovava nella
abside di destra. Absidi: pitture di Caroselli e Palombi (1899)
imitate dagli antichi affreschi di S. Clemente. Nell'abside a destra:
tracce delle pitture murali del secolo xi - I confessionali furono
eseguiti da Schiavetti e Bartoli, i lavori in marmo della nuova
pergola dai fratelli Pascetti e Antonio Miagoli. Le tre colonne
scanalate che sostengono la cantoria, appartengono alla statio annona.
Visitare in una sala al primo piano, i frammenti appartenenti ai
vari secoli dei restauri e le iscrizioni trasportate quivi dal portico,
fra le quali una in distici del secolo xvi per ricordare un fanciullo
annegato mentre traversava il Tevere a nuoto.Sacrestia. - Mosaico
della Vergine col bambino, eseguito nell'anno 705. Questo mosaico
proviene dall'antica cappella di Giovanni VII in S. Pietro, che
fu distratta nel 1632. Fu in quell'occasione che uno degli antichi
mosaici che ne adornavano le pareti fu trasportato quivi. Il quadro
dell'altare è del Maniardi, i laterali di Giuseppe Chiari
genovese.

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