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Sant'Ivo alla Sapienza
La pianta della chiesa rappresenta il sigillo di Salomone. Il sigillo è
composto da due triangoli equilateri incrociati. Questo sigillo racchiude
tutta la sintesi del pensiero ermetico e massonico. Il triangolo
con la punta in alto rappresenta il fuoco, quello con la punta in
basso rappresenta l'acqua. Il triangolo del fuoco tagliato dalla base
del triangolo dell'acqua indica l'aria. Il triangolo dell'acqua tagliato
alla base del triangolo del fuoco indica la terra. Il sigillo contiene i
quattro elementi. La riduzione del multiplo all'Uno, dall'imperfetto
il Perfetto è espresso da questo sigillo.
Le stelle della cupola sono 111.1 + 1 + 1 = 3. L'uomo tocca simbolimente
tre livelli cosmici: quello terrestre, quello dell'atmosfera,
quello celeste. Egli partecipa ai tre segni: quello minerale, vegetale,
mimale, Tre è il numero del Cielo. Inoltre rappresenta le tre fasi
dell'evoluzione mistica: la purificazione, l'illuminazione, la congiunzione con Dio. Va ricordato che l'uno è simbolo del Principio. Centro
cosmico e antologico. E simbolo della Rivelazione, mediatrice
nell'elevare l'uomo attraverso la conoscenza a un livello di essere
superiore.
La trabeazione della cupola rammenta il tema geometrico dell'impianto.
Dodici sono le "alzate" di stelle. Dodici come gli apostoli (il
dodici ritorna con impressionante frequenza, come per esempio nei
gradini che sovrastano il tamburo). Dodici è il numero delle divisioni
spazio-temporali. E il prodotto dei quattro punti cardinali per i
tre piani del mondo e divide il cielo, considerato una cupola, in dodici
settori che sono i segni zodiacali. E' il numero della Gerusalemme
Celeste.
Gli spicchi alternativamente concavi e convessi (il concavo e il convesso,
si è già notato, sono il segno "pneuma" che Borrodni applica
sempre) della cupola si uniformano sotto le ali dei serafini riuniti
all'occhio stellato della lanterna. Sono sei i serafini. Le "alzate"
hanno stelle alternate da otto e sei punte. L'otto è universalmente
citato come il numero dell'equilibrio cosmico. Si ritrova nella simbologia
pitagorica e gnostica. Il sei, l'Hexemeron biblico, è mediatore
tra il principio e la creazione.
Il punto culminante di Sant'Ivo è la cupola con la lanterna a spirale. La
lanterna è stata letta come una corona, in particolare, una corona fiammeggiante.
La gradinata sotto il tiburio e la spirale conclusiva sono connessi
alla figurazione allegorica della Filosofia. Questa è descritta come una matrona
che sorregge libri nella mano destra e uno scettro nella sinistra. Sul
suo manto sono incise due lettere T in basso e I1 in alto e tra le due lettere
vi sono gradi descritti a mo' di scala. Tale scala si avvolge a spirale attorno
al manto della matrona. In un'altra raffigurazione della Filosofia compare
invece una vera e propria gradinata, a ziggurat, che si restringe verso l'alto.
Borromini dunque in una sola opera fonde due diverse versioni di una allegoria
inerente alla Filosofia, quindi alla Sapienza. La lanterna di Sant'Ivo
non è una fantasia orientaieggiante nè la parafrasi naturalistica di una conchiglia.
Gradinata e spirale esprimono un ascetico itinerario della mente
umana a Dio, in cui si conosce il punto di partenza ma resta ignoto quello
di privo. La spirale della Sapienza può evadere le leggi terrene, anche
quella di gravità. La spirale, Teorema ed emblema dell'Infinita Sapienza
Divina, si attorce nello spazio come il serpente dell'eternità e il paragone
non è del tutto infondato se pensiamo al serpente, allo specchio del portale
del palazzo e al serpente che si indica come attributo dell'Intelligenza.
.... Alto e basso, caduta e salita, esilio e ritorno. Si avverte come l'uomo
ha al proprio interno un Essere Superiore dal quale trae origine
e riceve il proprio Essere. Solo l'uso di noi stessi ci definisce, di
volta in volta, verso la Conoscenza. Appare dall'alto la Potenza ,' la Grande Luce, la Manifestazione. Si tende a ipostatizzale dynamis spirituale e luminosa che costituisce la dimensione fecondante e
attivatrice all'interno del nostro pneuma. Il Rivelatore Perfetto è l'Illuminatore. Lo si awerte. Grazie alla potenza luminosa di cui è rivestito e che si riassume nel suo Spirito di Luce (la colomba). Egli è
in grado di illuminare i dodici discepoli. Si avverte che l'universo
deve essere il luogo dell'avventura spirituale di ogni anima e che la
speculazione intellettiva deve avere un senso e uno scopo religioso.
Sapientia deve diventare Religio, "Conoscenza Illuminata", e trovare
nella Religio la propria origine e il proprio compimento.
Qui dentro si compie un atto liberatorio. Ogni atto liberatorio si
riduce a dissolvere opacità per ritrovare al di là di essa, in questo
caso, la traslucidità della Luce Intellegibile. L'anima aspira a una
condizione di nuda unità la spontaneità del "se" si confonde quindi
in pura contemplazione, perché non si mescola a nulla di instabile,
di superfluo.
tratto da La Roma di Borromini - Leros Pittoni - Tascabili Newton
CHIESA
DI SANT'IVO ALLA SAPIENZA - 1642-60
Nel 1640 il Borromini innalzò la stravagante
cupola (sulla quale in 32 anni caddero 4 fulmini) sulla piccola
chiesa dei SS. Leone, Ivo e Pantaleo, che dal 1870 fu adibita ad
altri usi, e ai nostri giorni è stata riaperta al culto.
Nel mezzo del cortile è il monumento agli studenti caduti
nella prima guerra mondiale, del Cataldi. (Blasi)
Entrando dall'ingresso aperto nell'austera facciata sul Corso, si
accede al bel cortile, su due ordini di arcate; nella parete di
fondo, la splendida chiesa di Sant'Ivo, che il Borromini costruì
a partire dal 1642. Sulla facciata concava, già esistente,
il Borromini aggiunse l'attico, sopra cui si innalza il tiburio
polilobato della cupola; gli attacchi tra tiburio e attico sono
coperti da tamburi sovrastati dallo stemma Chigi (sotto Alessandro
VII Chigi la chiesa fu completata, intorno al 1660), i monti e la
stella.
Sopra si innalza la calotta gradinata, poi la lanterna, e infine,
tra fiaccole di travertino, la celebre chiocciola, o spirale, riccamente
decorata a stucchi, che termina in una fiamma, sopra la quale, in
ferro battuto, una tiara, il globo e la croce.
(tratto da Stradario Romano di Blasi - 1923)
È la chiesa dell'archiginnasio romano detto la Sapienza. Fino a Leone X l'archiginnasio non ebbe cappella, fungendo a tal uso la vicina chiesa di s. Eustachio. Leone X con bolla dell'anno 1514 ne ordinò la fabbrica: da principio fu eretta una cappella provvisoria in un'antica scuola dal lato sinistro della porta principale d'ingresso, la quale fu dedicata ai ss. Leone papa e Fortunato martire. Il papa la provvide di cappellania, fondandovi una prepositura, che dichiarò dignità del clero romano. Vi si doveva celebrare la messa in tutti i giorni di scuola in primo crespusculo. Gregorio XIII demolì quella cappella obbligando i cappellani di adempiere il loro officio nella vicina chiesa di s. Giacomo degli Spagnuoli. Nel 1594 uno dei suddetti cappellani domandò la ripristinazione della cappella, e sembra che fosse soddisfatta la domanda, come risulta dalla relazione della visita fatta nel 1627. Finalmente il collegio degli avvocati concistoriali assunse l'impegno di fare edificare una cappella stabile entro il recinto dell'archiginnasio. La fabbrica fu cominciata nel 1642, e nell'archivio dell'Università si conserva il documento in cui si legge che "il signor cav. Bernini ha fatto sapere da parte del signor cardinal Barberini padrone, d'aver fatto deputare dal popolo romano per architetto della Sapienza l'illo signor Borromino nipote del signo Carlo Maderni ecc." A questo fu commesso infatti il disegno della nuova chiesa che fu compiuta nel 1660.
L'anno innanzi Giulio Cenci aveva donato per la fabbrica duas ex sex meis columnis marmoreis pro altare. Queste colonne erano di lumachella gialla, alte palmi undici, che per essere troppo piccole non furono messe in opera in quella chiesa, ma ai lati della porta che dalla sala dell'accademia teologica mette nel salone. Alessandro VII donò all'altare di questa chiesa il corpo di s. Alessandro, tolto dal cimitero di Priscilla, che aveva destinato in dono a Siena. Sulla pietra sepolcrale si leggeva l'epigrafe evidentemente del secolo IV: ALEXANDER DEP. V. IDVS OCTOBRIS Aw; ai 13 novembre 1660 ebbe luogo la benedizione della nuova chiesa, e nel giorno seguente la consecrazione dell'altare con l'assistenza di Alessandro VII. Terminata la fabbrica, il collegio degli avvocati concistoriali pensò di farvi celebrare la festa del patrono s. Ivo, ed il collegio medesimo l'arricchì di preziose suppellettili di cui l'anno 1683 fu fatto l'inventario e vennero formalmente consegnate al bidello dell'università. Dopo il 1870, in conseguenza della odierna apostasia religiosa, la chiesa fu chiusa, e quelle suppelletti disperse; una parte però fu donata alla chiesa del Sudario, e una parte comprata dal capitolo di s. Eustachio. Nell'interno vi è un dipinto abbozzato da Pietro da Cortona e compiuto dal Borghesi di Città di Castello. Oltremodo bizzarra è l'architettura della cupola di questa chiesa, chiamata comunemente lumaca, architettata dalla fervida fantasia del Borromino. Il padre Girolamo Maria Fonda, nella sua Memoria fisica sopra la maniera di preservare gli edifizî dal fulmine, pubblicata in Roma nel 1770, ricorda come, nello spazio di trentadue anni, quattro fulmini scoppiarono con non piccolo danno sopra il suddetto cupolino.
(tratto da: Le chiese di Roma dal secolo IV al XIX di Mariano
Armellini
pubblicato dalla Tipografia Vaticana 1891)
La bellissima fabbricata della Sapienza fu cominciata col disegno di Michelangelo, e seguitata da altri architetti; e ultimamente Alessandro VII vi fece il restante del palazzo, e la chiesa suddetta con bizzarra, e vaga chiesuola del cavalier Borromino.
Pietro da Cortona doveva fare il quadro dell'altare, e di già l'aveva dal mezz'in su abbozzato, ma prevenuto dalla morte, lasciò l'opera imperfetta, che ultimamente fu fornita dal mezzo in giù col disegno, che lasciò il medesimo Pietro, da Gio. Ventura Borghesi da Città di Castello, suo allievo. L'architetto degli ornati di detto altare fu il Contini.
Il medesimo Alessandro VII vi fece anche una libreria molto copia di libri di diverse materie a pubblica comodità; ove la pittura della volta è di Clemente Majoli, e il busto del detto Papa è di Domenico Guidi, e quello di Benedetto XIV posto nel salone, dove si conferiscono le lauree, è d'Antonio Corradini.
Testo tratto da: Descrizione delle Pitture, Sculture e Architetture
esposte in Roma di Filippo Titi stampato da Marco Pagliarini in
Roma MDCCLXIII
Il testo è nel dominio pubblico.

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