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Vedi anche: Chiese Barocche | Via XX Settembre | Barocco Romano | Borromini
San Carlo alle 4 Fontane.
L’occasione si presentò al Borromini nel 1634, quando il procuratore
generale dei trinitari scalzi spagnoli gli commissionò
la costruzione del monastero di San Carlo alle
Quattro Fontane, distante circa duecento metri dal
Palazzo Barberini. Borromini costruí prima il dormitorio,
il refettorio (ora sacrestia) e i chiostri5 e lo schema
dimostrò che egli era un maestro nel razionale sfruttamento
delle limitate possibilità offerte da quel terreno
piccolo e tagliato irregolarmente. Nel 1638 fu posta la
prima pietra della vera e propria chiesetta che, ad eccezione
della facciata, fu finita nel maggio del 1641 e consacrata
nel 1646. Subito dopo la chiesa dei Santi Martina
e Luca del Cortona, eretta durante gli stessi anni,
deve essere considerata uno degli «incunabuli» del
barocco romano e merita la piú rigorosa attenzione.
I chiostri, una struttura di mirabile semplicità, contengono
elementi che anticipano la «orchestrazione»
fondamentale della chiesa, quale l’anello, di grande
effetto, costituito da colonne disposte ritmicamente a
formare un ottagono allungato, il cornicione uniforme
che lega insieme le colonne, e la sostituzione degli angoli con curvature convesse per impedire che avvengano
interruzioni nella continuità del movimento.
Numerosi progetti, che si trovano all’Albertina di
Vienna, sono sempre stati attribuiti erroneamente –
secondo le nostre conoscenze attuali – alla progettazione
della chiesa, dopo che E. Hempel li pubblicò nel
19246. La concezione geometrica del progetto definitivo
è uno schema a diamante di due triangoli equilateri
con base comune lungo l’asse trasversale dell’edificio; il
perimetro ondulato della pianta segue questo disegno
geometrico romboidale con grande precisione.
È della piú grande importanza rendersi conto che in
San Carlo e nelle costruzioni posteriori, Borromini basò
i suoi disegni su unità geometriche. Rinnegando il principio
classico di progettare in termini di moduli, cioè in
termini della moltiplicazione e divisione di una unità
aritmetica di base (di solito il diametro della colonna),
Borromini rinunciò, veramente, alla posizione centrale
dell’architettura antropomorfica. Per chiarire la differenza
di procedimento, si potrebbe affermare, forse con
troppa sottigliezza, che nel primo caso la pianta complessiva
e le sue divisioni sono sviluppate aggiungendo
modulo a modulo e nel secondo dividendo una configurazione
geometrica coerente in sottounità geometriche.
Il sistema di pianificazione geometrica del Borromini era
sostanzialmente medievale, e ci si domanda quanto della
tradizione del vecchio muratore egli aveva assorbito
prima di andare a Roma.
Per centinaia di anni la Lombardia era stata la culla dei
muratori italiani ed è molto probabile che nei cantieri dei
muratori le tecniche edilizie medievali si trasmettessero
di generazione in generazione. Il fatto che il Borromini
rimanesse ostinatamente attaccato alla regola della triangolazione
sembra confermare tale ipotesi7.
Nel progetto di San Carlo, Borromini dà straordinaria
importanza all’elemento scultoreo delle colonne. Esse sono raggruppate per quattro con piú larghi intervalli
sull’asse longitudinale e trasversale. Mentre le triadi di
intercolunni ondeggianti lungo le diagonali sono unificate
dal tipo di trattamento del muro – nicchie e modanature
continue – le pitture scure con cornici dorate
nelle assi principali sembrano creare cesure ricche di
effetto. Cosí, partendo dall’intercolunnio d’entrata, esiste
un ritmo del seguente ordine: A/b c b/A’/b c b/A/ecc.
Ma questo, evidentemente non è del tutto vero. Un
ritmo differente viene creato dagli archi alti e dai frontoni
segmentati sopra le pitture. Questi elementi sembrano
collegare ogni gruppo di tre intercolunni sugli
assi principali. La lettura, di nuovo dall’intercolunnio
d’entrata, sarebbe quindi: /b A b/c/b A’b/c/b A b/ecc.
Dove sono allora le vere cesure in questo edificio? Nelle
triadi di intercolunni che si sovrappongono c’è certamente
una indicazione della complessità manierista.
Comunque, invece di rafforzare l’inerente situazione di
conflitto, come avrebbero fatto i manieristi, Borromini
la neutralizzò con due espedienti: primo, la robusta trabeazione
serve, nonostante il suo movimento, da salda
barriera orizzontale che l’occhio segue facilmente e ininterrottamente
tutto intorno al perimetro della chiesa; e,
secondo, le colonne che per loro stessa natura non hanno
direzione, possono essere viste come una accentuazione
continua delle pareti ondulate. È appunto la massa predominante
di colonne entro la piccola area di questa chiesa
che aiuta ad unificarne la forma complessa. Le triadi
che si sovrappongono possono essere considerate come il
«ritmo di fondo» che crea quell’instancabile ricchezza e
fascino della disposizione; o, per usare una similitudine,
si possono paragonare all’ordito e alla trama della materia
del muro. In termini musicali tutta la disposizione può
essere messa a confronto con la struttura di una fuga.
Che tipo di cupola si poteva erigere sopra il corpo
ondulato della chiesa? Collocare la volta direttamente su di esso, secondo il noto metodo per gli edifici a pianta
circolare e ovale (tipo Pantheon), sarebbe stata una possibilità
che Borromini però escluse a questo stadio di sviluppo.
Invece egli inserí un’area di transizione con pennacchi
che gli consentivano di disegnare una cupola
ovale di forma curvilinea continua. Egli usò, in altre
parole, il mezzo di transizione necessario nelle piante
con incroci quadrati o rettangolari. I quattro intercolunni
sotto i pennacchi («c») adempiono quindi la funzione
dei pilastri negli incroci delle piante a croce greca.
E, in effetti, nella zona dei pennacchi Borromini incorporò
un interessante riferimento alle braccia della croce.
Le basse nicchie trasversali come pure la piú profonda
entrata e i recessi degli altari sono decorati con cassettoni
che diminuiscono rapidamente di dimensioni e
dànno l’idea in teoria non solo di una profondità maggiore
di quella reale, ma anche contengono un accenno
illusionista ai bracci della croce greca. Ma questo sofisticato
espediente voleva avere un effetto piú concettuale
che visivo. Sopra i pennacchi c’è il robusto anello
sul quale poggia la cupola ovale. La cupola stessa è decorata
con un labirinto di cassettoni profondamente incisi
di forma ottagonale, esagonale e a croce8. Essi producono
l’impressione movimentata di un favo e la cristallina
limpidezza di queste semplici forme geometriche
è tanto lontana sia dal tipo classico dei cassettoni negli
edifici del Bernini quanto da quelli lisci e curvilinei del
Cortona. I cassettoni diminuiscono notevolmente di
dimensione verso la lanterna, cosicché anche qui un
espediente illusionista è stato inserito nel disegno. La
luce entra non solo dall’alto attraverso la lanterna, ma
anche dal basso attraverso finestre poste nei riquadri dei
cassettoni, in parte nascoste alla vista dietro all’anello
ornamentale finemente cesellato di foglie stilizzate che
corona il cornicione. L’idea di queste finestre si può far
risalire a una sistemazione simile, ma tipicamente manierista, in una chiesa ovale pubblicata dal Serlio nel suo
V libro. Cosí la cupola nel suo splendido biancore e la
sua luce uniforme senza profonde ombre sembra librarsi
immaterialmente sopra le forme massicce e compatte
dello spazio in cui il visitatore si muove.
Borromini conciliò in questa chiesa tre differenti tipi
di struttura: la zona piú bassa ondulata, la cui origine si
trova in piante tardoantiche come il salone a cupola
della piazza d’oro nella Villa Adriana presso Tivoli; la
zona intermedia dei pennacchi che deriva dalla pianta a
croce greca; e la cupola ovale che, secondo la tradizione,
dovrebbe ergersi su una pianta della stessa forma.
Oggidí è difficile valutare in pieno l’audacia e la libertà
nel maneggiare tre strutture genericamente diverse in
modo tale che esse appaiano fuse in un insieme infinitamente
suggestivo. Con questo ardito passo Borromini
aprí orizzonti completamente nuovi che furono ulteriormente
esplorati piú avanti nel secolo in Piemonte e
nell’Europa settentrionale piuttosto che a Roma.
Il carattere straordinario della creazione del Borromini
fu riconosciuto immediatamente. Quando la chiesa
fu terminata il procuratore generale scrisse che l’edificio
era «cosí raro al parer di tutti, che pare che non si
trova altra simile nello artificioso et capriccioso, raro, et
estraordinario in tutto il mondo. Questo testimoniano
le diverse nationi, che continuamente come arrivano a
Roma solicitano haver il suo disegno: spesse volte siamo
solicitati per questo effetto di Alemanni, Fiamenchi,
Francesi, Italiani, Spagnoli, et anco li Indiani...» Il rapporto
contiene pure un’abile descrizione dell’edificio:
«Dappertutto – esso dice – è sistemato in modo che una
parte integra l’altra e lo spettatore è stimolato a lasciar
correre l’occhio incessantemente».
La facciata non fu eretta durante il primo periodo
della costruzione. Fu l’ultimo lavoro del Borromini, iniziato
nel 1665 e completato nel 1667, cosí che la decorazione scultorea fu finita solo nel 1682. Per quanto l’intera
carriera del Borromini come architetto sia compresa
fra la costruzione della chiesa e quella della facciata,
l’esame della seconda non può essere separato da quello
della prima. Il sistema di articolazione, che combina
un ordine piccolo e uno gigantesco, deriva dai palazzi
capitolini di Michelangelo e dalla facciata di San Pietro
dove il Borromini aveva iniziato a lavorare come «scalpellino
» quasi cinquant’anni prima. Ma egli usò questo
sistema michelangiolesco in un modo completamente
nuovo. Ripetendolo in due registri di importanza quasi
uguale, egli operò contro lo spirito in cui il sistema era
stato inventato, cioè di unificare una facciata in tutta la
sua altezza. In piú, questa ripetizione voluta era destinata
a esprimere un concetto specifico e altamente originale;
nonostante la coerente articolazione, la fila superiore
contiene una quasi completa inversione di quella
inferiore.
La facciata consiste di tre settori; sotto, i due settori
esterni concavi e il settore centrale convesso sono
legati insieme dalla robusta, continua e ondulata trabeazione;
sopra, i tre settori sono concavi e la trabeazione
si svolge in tre segmenti separati. Inoltre il medaglione
ovale sorretto da angeli e sovrastato dall’elemento
a forma di cipolla annulla l’effetto del cornicione
come barriera orizzontale. Sotto, le colonnine dei settori
esterni incorniciano un muro con piccole finestre ovali
e servono come supporto per nicchie con statue; sopra,
le colonnine incorniciano nicchie e sostengono pannelli
di muro conchiusi; in altre parole, le parti chiuse e aperte
sono state invertite. All’apertura della porta nel settore
centrale corrisponde sopra l’elemento «sculturale»
e aggettante del «box» ovale in cui è ripreso il movimento
convesso della facciata. Infine, invece della nicchia
con la figura di san Carlo, la fila superiore ha un
medaglione staccato dal muro. Il principio che sta alla base del progetto è quello della diversità e perfino dell’antitesi
entro un tema unificante e va notato che lo
stesso principio lega la facciata all’interno della chiesa.
Infatti la facciata è chiaramente una differente realizzazione
dei settori usati per la «strumentalizzazione»
dell’interno.
La compattezza di questa facciata, con il minimo
spazio di muro, fittamente riempito di colonne, sculture
e decorazione plastica, che non lascia mai l’occhio
posarsi a lungo, è tipica del barocco. Borromini incluse
anche un elemento visionario, caratteristico del suo stile
tardo. Sopra l’entrata ci sono delle erme che terminano
in grandissime, vivaci teste di cherubini, le cui ali formano
un arco che protegge la figura di san Carlo Borromeo
nella nicchia. Anche in altre parti della facciata
realistici dettagli scultorei sostengono forme architettoniche
funzionali. Questa strana fusione di architettura
e scultura, il cui sviluppo si può seguire per un lungo
periodo, è completamente opposto allo stile del Bernini,
che non riuscí mai a togliere alla scultura i connotati
narrativi e perciò non la sostituí mai all’architettura.
tratto da Rudolf Wittkower - Arte e architettura in Italia. 1600-1750 - Storia dell’arte Einaudi
In una cantonata della più bella croce di strade, ch'abbia Roma, detta le Quattro fontane, è la chiesa di s. Carlo, che è moderna, fatta con disegno bizzarro dal cav. Borromini, dove abitano li Padri Spagnuoli della ss. Trinità del riscatto.
In questa chiesa è la memoria del sig. card. Gio. Casimiro Denhoff Polacco, ivi sotterrato. Fu già S. E. Inviato del re Gio. III di Pollonia alla sa. me. del Ven. Innocenzio XI per la liberazione di Vienna.
Un Crocifisso con altri Santi nel quadro della prima cappelletta a mano destra, è pittura di Giuseppe Milanese; il quadro nell'altare contiguo è di Gio. Domenico Cerrini Perugino; e la pittura dell'altar maggiore con la ss. Trinità, s. Carlo, ed altri Santi, a olio nel muro, con la Nunziata sopra la porta interna della chiesa, son opere stimate del Mignardi Francese.
La Madonna con Gesù nel quadro della cappelletta, che segue, è pittura del Romanelli: in quello, che segue, è un'altra opera di Gio. Domenico suddetto, fatta da giovane. Nell'altar maggiore era prima un quadro con san Carlo fatto da Orazio Borgiani, ed ora è posta nella libreria.
Non è da lasciar di vedere il sotterraneo, e il bellissimo cortile del convento, che fa stupire che la sua piccolezza, e purità, effetto della gran proporzione, ambedue sforzi dell'ingegno del Borromini.
Testo tratto da: Descrizione delle Pitture, Sculture e Architetture
esposte in Roma di Filippo Titi stampato da Marco Pagliarini in
Roma MDCCLXIII
Il testo è nel dominio pubblico.

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